Museo della seta - Mendicino
teatro
 
 

‘E mastre ‘e sita

  omaggio alle filandaie di Mendicino
   
 

In una economia prevalentemente agricola, il lavoro in filanda rappresentava una delle poche possibilità  per arrotondare il magro bilancio delle famiglie di Mendicino.
Era un’attività stagionale. Negli stabilimenti si trasformavano in matasse, i bozzoli dei bachi da seta (i cavalieri). In condizioni malsane, tra bacinelle di acqua bollente, aria irrespirabile e maleodorante, fastidiosi e incessanti fruscii di aspi rotanti, lavoravano solo donne.

   
 
Con quest'opera  intendiamo dare corpo e voce alle protagoniste dei secoli scorsi: le filandaie,  donne semplici ma forti che con il loro lavoro, la dura vita di sacrifici, le loro sofferenze, la loro tenacia e il loro impegno ci hanno lasciato  importanti testimonianze che rafforzano l’identità culturale delle nuove generazioni.
   
 

Parole, gesti, canzoni, emozioni  raccontano vite di donne intessute di lavoro tra gelsi, bachi, aria umida e viziata; orari sfibranti, per produrre il sottile e prezioso filo di seta. A volte pianto, a volte riso, spesso vita...

   
 

Nobile, ricca, fresca, carezzevole, tiepida, avvolgente, preziosa, raffinata, lucente, leggera: la seta.

   
 
Il lavoro in filanda permetteva l’evasione dalla stretta cerchia familiare. Le giovani passavano gran parte della giornata fuori casa, avevano la possibilità di incontrarsi con le coetanee,  chiacchierare,  ridere, scherzare, cantare.
 
 

 

Vuogliu ‘mparari n’arti travagliusa,
chiù pe’ dispiettu de la vita mia;
vuogliu ‘mparari l’arte dilu fusu
pe’ stari cu li donni ‘ncumpagnia

Voglio imparare un’arte faticosa,
per maggiore disprezzo della vita mia;
voglio imparare l’arte del fuso
per stare delle donne in compagnia

   
 

 

Puru ‘mmienzu alli stenti, passu allegra la ura pped’ura
Nun tiegnu nulla cura, nun haiu patri o parienti,
nun tiegnu amici e senza gelosia, scurri la vita mia!
E ‘nsiem ‘ alli compagni sparu li mia canzoni appassionati;
‘ntronanu li vallati, li munti e li campagne e ‘nu difriscu sientu intra lu piettu, nu spuocu, nu rigiettu.

   
 

Pure tra gli stenti passo allegra la vita ora per ora.
Non ho nessuna preoccupazione, non ho padri, né parenti,
non ho amici e senza gelosia scorre la vita mia.
E insieme alle mie compagne
sparo le mie canzoni appassionate, delle quali rintronano le vallate, le montagne e le campagne
Un ristoro sento nel petto uno sfogo, una pace.

   
 

Il lavoro era duro, i rimproveri tanti ma ricevere la busta paga faceva sentire importanti.
Il modesto gruzzolo poteva servire alle donne per  fare il corredo, comperare i vestiti…

   
 

Secondo Julia le filandaie vestivano bene e quando passeggiavano per le vie del paese, suscitavano le invidie…

   
 

Vidìtila, guardàtila, cà veni: ti fa la caminata alla sciampagna!
Intra ‘ss’uocchj grupilli chi ci teni, ‘mmienz’u piettu chi ci ha sini spagna? Cumu si cotulìa ‘ssa bella mastra ‘e sita! I genti ‘e ‘mmienz’a via ‘a cridinu ‘na zita…. A vesta nova e lu sinalu finu, ligatu cc’ ‘na virdi ragarella… U miegliu mastru l’ha fatt’u scarpinuu, e pp’ pocu ‘un ci ha mis’a  cioncianella. Comu se cotulìa.
‘U miegliu sapunettu illa s’accatta; va supr’a vita chi nun si po’ diri! Alla mamma ch’ubo li dici: - Sc-catta: iu fatigu e cussì iu vuogliu jiri!
Comu se cotulìa
Matina e sira, ‘u zitu nu’  la lassa. E l’addimmanna si ci port’amuri, illa ‘u rispunni, e ccu’ cih’aria passa, cumu s’avissi cientu servitori…. Comu se cotulìa.

   
 

Nei versi di una canzonetta, musicati da Carlo Mazzei di Acri (1894), un innamorato respinto da una giovane siricatrice della filanda di Carlo Alberto Malito di Acri, così esprime la sua rabbia:

   
  Alla filàngu’e Carru Melitu c’è ‘na figlia de conzaquadari: avuta e longa, cumu nu ‘spitu, cogli l’imposti e nenti sa fari. Illa si cridi d’essar’a rigina, vo’ nu maritu cumu ‘nu barunu e ricchizzi ‘ni voli ‘nzinin’fina, ma cum’e Scionta si l’è de pigliari; ppe’ dota porta tutt’u quant’u Scchitu, de biancaria n’inchj ‘nu panaru. Iu su figliu ‘e tamarru,’un su’ struitu ma tu, ‘i  paroli sapèlli mazzicari.
   
 

Alla filanda di Carlo Malito c’è la figlia di un calderaio:/ alta e lunga, come uno spiedo/non sa fare altro che raccogliere le poste della seta./ Lei crede di essere una regina/ ambisce a sposare un barone/ e di ricchezze ne vuole senza conto/ ma le auguro di sposare un misero come Scionta;/ per dote porta l’intero Schito,/ di biancheria (corredo) ne riempie un paniere./ Io sono figlio di contadini/ non sono istruito,/ ma tu le parole sappile misurare prima di dirle.

   
 

Le donne sposate avevano un doppio lavoro. Oltre alle ore passate in filanda, dovevano svolgere le faccende domestiche, accudire i figli e il marito.
In una canzone si dice che tutto sommato era meglio essere nubili che spose.

   
 

 

A ronna quannu e schetta va pulita,
ca ‘ à d’essari re tutti riguardata,
se puri la vuri quannu se marita,
ha li capilli all’uocchi, e va scigata.
Se vota e rice lu malu maritu:
“Duve te jiu la pompa, sciagurata’
Ille se vota contru lu maritu:
«Tu mi hae fattu riruciari a su statu».

La donna, quando è nubile, è ben vestita, perché deve essere guardata da tutti, poi se la vedi quando è maritata, ha i capelli sugli occhi, ed è tutta lacera. Si volta e le dice il povero marito: Dov’è andata a finire la tua eleganza, o sciagurata? Ella si volta contro il marito: «Tu mi hai fatto ridurre in questo stato».

 

 

 

 

Nella storia del lavoro femminile le donne mentre lavorano cantano.
Anche le filandaie mentre lavoravano cantavano per sentire meno la fatica, cantavano anche se respiravano aria viziata e umida, cantavano durante le pause per stare un po’ in allegria, cantavano per esprimere i sentimenti più profondi: il sogno d’amore, la nostalgia per la propria casa e i propri affetti…

   
 

I canti servivano a scandire il tempo e accompagnavano il ritmo del lavoro. Il canto aiutava la concentrazione, distogliendo dalla ripetitività dei gesti del lavoro, dalla posizione mantenuta per ore ed ore, dalla fatica.
Cantavano mentre camminavano allo spuntar del giorno quando era ancora buio  e si mettevano in cammino per raggiungere la filanda; cantavano quando a notte fatta, stremate di fatica, ritornavano a casa a piedi.

   
 

 

A la matin bonora
Piadena (Cremona)

A la matin bonora
si sente a süpelar
saranno le filere lera
saranno le filere lera
e a la matin bonora
si sente a süpelar
saranno le filere lera
che vanno a lavorar.

O giovanotti cari
se vurì fare l’amor
andee dalle filere lera
andee dalle filere lera
O giovanotti cari
se vurì fare l’amor
andee dalle filere lera
no ste guardaghe le man

No ste guardaghe le man
no ste guardaghe i color
l’è  ‘l fum de la caldera lera
l’è  ‘l füm de la caldera lera
non ste guardaghe le man
non ste guardaghe i color
l’è  ‘l füm de la caldera lera
li dis che ‘l ghe fa mal.

Alla mattina presto
si sente zoccolare
saranno le filandiere
 che vanno a lavorare
O giovanotti cari se volete fare l’amore
andate dalle filandiere
non state a guardare loro le mani
…non state a guardare loro i colori
 è il fumo della caldaia
dicono che fa loro male.

 

 

   
 

I canti erano il loro mondo e la loro cultura ed esprimevano spesso la speranza per una vita migliore.
Cantando insieme, le donne capivano anche di essere unite e accomunate dalle stesse idee e aspirazioni.

   
 

Quando ritornavano dalla stagione erano in uno stato pietoso, consumate e sciupate nel fiore della gioventù .Soprattutto le «scopinatrici» avevano le mani gonfie e deformate perché le tenevano immerse per ore in recipenti di acqua bollente.

   
 

Tra i canti di filanda, uno tra i più conosciuti e belli è «Mama mi son stuffa» dove con parole di lamento più che di protesta una filandaia denuncia le sue condizioni di lavoro concludendo  con questi versi «… quando poi sarò in campagna i miei color ritorneran».

   
 

Le filandaie erano spesso molestate dai padroni e un poeta dialettale di Acri, Salvatore Scervini, scriveva che quando questi diventavano vecchi,  le donne si vendicavano di loro:

   
 

 

O acelluzzu mia ch’era rapinu,
‘i nervicìelli tua sunu siccati:
ccu’l’uocchj ‘i pu’guardar’i pullicini,
ma’un la jetti cchiù la vrancunata.
Miegliu si vivi ‘ni bicchierr’e vinu p’n oviciellu
‘intr’u cafè rotata, ca ti fa dann’ carn’e da gallina….
Appìccia ‘ssu sicarru, ch’è stutatu

O uccellino mio ch’eri rapace
i tuoi nervetti sono rinsecchiti:
ormai con gli occhi puoi guardare le pollastrelle ma non puoi allungare le mani.
Meglio se bevi un bicchiere di vino o per (ringiovanirti) un ovetto mescolato nel caffè (uno zabaglione al caffè). (Dai retta a me) accendi questo sigaro che è spento.

   
 

Le filandiere non erano sempre sottomesse, erano spesso degli «spiriti liberi» che cantavano per incitare le altre alla rivolta. Lo spirito combattivo emerge dal testo La Lega nel quale le operarie esprimono la loro rabbia e la loro volontà di unirsi per essere libere, denunciando i padroni superbi e gli operari crumiri.
Le donne poco considerate dalla società del tempo, non hanno più paura perché hanno «delle belle buone lingue», sanno difendersi pacificamente con le parole. La loro lotta è lavorare unite in libertà.

   
 

Donne, contadine, mogli, madri, filandaie. Impegnate quotidianamente in doppi e tripli ruoli. Sacrifici, sofferenze, fatica. Le donne pur di lavorare, accettavano condizioni di lavoro pesantissime, salari bassissimi ma il lavoro in filanda era la salvezza dalla fame e la giovinezza talvolta faceva dimenticare tutto.

   
 

Nei momenti liberi le ragazze partecipavano a feste e a balli. Trovavano la forza di sorridere e canti e balli  alleggerivano la loro fatica e allietavano la loro vita.

   
 
A cura di Cornelia Golletti
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