Museo della seta - Mendicino
 
miti e leggende
tramonto da monte Cocuzzo, foto Alessandro Tarsia

la farchinoria           

 

«Tra le pendici selvose del monte Cocuzzo fino a quarant’anni addietro noi pastorelli ci rallegravamo (eramu Prèiati) del gioco ra farchinoria». Così diceva il vecchio pastore Domenico Bascio, nel 1981, in una fredda sera di novembre.

 

Chi spourtu chi allegrizzi ppé chilli tiempi chi lu vinu si jettave! mò no si jette cchiù da li vutti lu vinu, e s’è perduta l’alligrizzi!

 

 Che sport, che allegria per quel tempo in cui il vino si buttava! Ora non se ne butta più dalle botti vino, e s’è perduta l’allegria!

 

La vutti china e l’amoru vannu junti

 

la botte piena e l’amore vanno insieme

 

La leggenda ci tramanda la farchinoria come gioco (nu juocu) drammatizzato, farsa, e che iniziava il giorno dell’Epifania per concludersi a metà quaresima. Era d’uso tra i più poveri pastori arsi di frequente dai desideri sessuali. Mi fu dato assistere a una di quelle feste da un luogo nascosto e molto scomodo.

Era la sera del sei gennaio. Entrate le mandrie nei loro ovili, i pastori coperti di pelli mangiarono la più grossa pecora del gregge, uccisa per mezzo di un bastoncello ficcato nel retto. Usarono questo sistema per dilaniarle le interiora evitando di sgozzarla, dunque per portare la pelle illesa al padrone adducendo la tragedia a un accidente. Bevvero quindi fino all’ultima goccia un otre di vino.

Quand’erano già ubriachi cominciò la festa al lume di grosse tede nel pagliaio ampio e nero. Tutti erano seduti in giro sulla paglia. Con loro anche qualche donna. Tutti risero inebetiti. Ecco che da una porticina venne dentro il pagliaio un montone, il vir gregis dalle possenti corna ritorte.

Quattro giovani pastori a piedi nudi accolsero la bestia con grida e fischi, con pelli bianche per giacca (pellizzuni) e pelli nere per calzoni. D’un lampo saltarono intorno all’animale per impaurirlo. La povera bestia spaventata e con gli occhi sanguigni iniziò a incornare a terra ma loro seppero agilmente parare in tempo. Cercando di fuggire belando saltava. Iniziò così il canto delle bestie umane che facevano da attori. È il canto del montone:

U’ nascivu ccu ri corni a ra mia capu,

 

li corni mi l’ha fatti nu guagghiuni:

 

Lli piecuri ch’aviu mi l’ha fricati,

 

Li fimmini ppd’illu su nisciuni

 

Veniti tutti quanti e vi mustrati,

 

Veniti tutti quanti a una a una!

 

Non nacqui con le corna sulla testa,

 

le corna me le ha fatte un giovanetto,

le pecore che avevo me le hanno fregate,

 

le donne per lui non esistono;

 

venite tutte (o pecorelle) a mostrarvi,

 

venite tutte a una a una!

la vetta di monte Cocuzz, foto Alessandro Tarsiao

 

Quando si spense il canto dalla porticina donde era stato fatto uscire il montone a una a una, bianche e nere, lanute, conciate con nastri rossi e verdi attaccati qua e là al vello, entrarono sei, sette o più pecore (quante ha subito, inconsce, l’atto furente della lascivia degli attori). Furono accolte da urli e fischi, rincorse e spaventate con furibondi salti. Poi venne il canto, mentre si levava il suono delle zampogne e i pastori intonavano il canto delle giovani pecore:

Sentìa nu chiurutu chianu chianu,

 

e cchiù m’abbicinave a lu muntuni……

 

Ma ‘ncircca chillu biellu m’annusave,

 

s’abbicinave a mai stirimunzuni;

 

e tanta forti ghinta mi purtavu,

chi d’à vucca m’escìa eriva e juri

può nu cavudu ghinta mi purtavu

 

e mi lassavu ‘nterra ‘inginucchiuni.

 

Da chillu iuornu, spasimi pruvaiu

 

E nu’ guardau cchiù lu miu muntuni;

 

Li corni, chianu, li spuntavu,

 

D’arrieti li pennienu li cugghiuni;

 

Li gammai, a picca a picca, li trimavu,

 

Da l’uocchi escì la jamma di l’amuri;

 

Oi cumpagnu miu, và chianu chianu,

 

 ‘On ti ni sari ‘nterra ‘ginucchiuni

 

Sentivo un prurito lieve,

 

e più mi avvicinavano al montone…

 

Ma mentre il mio bello m’annusava;

 

s’avvicinò a me un ragazzone,

 

e con tanta furia dentro me la dette,

 

che dalla bocca m’uscì erba con fiori,

 

poi un caldo dentro mi portò,

 

e mi lasciò per terra in ginocchio.

 

Da quel giorno, spasimi provai

 

e non guardai più il mio montone;

le corna, a poco poco, gli spuntarono,

 

di dietro gli pendettero i coglioni;

 

le gambe a poco poco, gli tremarono

 

dagli occhi uscì la fiamma dell’amore,

 

o compagno mio, vattene piano piano,

 

Non te ne stare per terra inginocchiato.

 

Allora sorse dalla cerchia il più anziano dei pastori e disse:

A stu curnutu

 

(sferrando un calcio al montone)

 

faciti chiutu

 

faciti chaitu,

 

faciti tantu chi ‘nterra vi ni iati,

 

Ed illu vi guardasse, lu curnuti

 

A codesto cornuto

 

fate fiato,

 

fate coito,

 

fate tanto da andarvene a terra,

 

e che esso vi guardi, il cornuto.

 

 

Sedutosi l’anziano s’agitarono gli attori sadici, coram pastoribus, sfoderando gli eretti peni degenerati, facendo subire a viva forza l’impeto del loro brutale furore alle povere bestie. Una, due, tre volte e quattro, poi uno dopo l’altro caddero svenuti al suolo. Caddero tutti tranne uno, il più forte, che con gli occhi fuori dalle orbite continuava senza posa. E intanto gli spettatori veneravano la Venere solitaria; alcuni si fecero masturbare dalle donne; due coppie sotto gli ampi mantelli s’unirono in furente amplesso…

Poi assaltarono un altro otre di vino. Le pecore e il montone furono ricondotti nell’ovile; la turpe scena si rianimò, mentre le tede fumiganti illuminarono sanguigne il rustico ricetto. Il giovane trionfatore iniziò una danza dai gesti caprini, mentre le zampogne accompagnarono il canto:

Gran diu, s’arrivu a mi ‘zurare

 

milli mi m’haiu fare a una a una!

 

Stu cazzu mi l’haiu d’azzariari

 

ccu’ piecuri, ccu’crapi e ccu’ carpruni;

 

milli fimmini ‘nterra haiu a minari,

 

nun haiu a lassari mancu lu gattuni;

 

 ‘nterra e ‘ncielu stu latti l’haiu a spanni,

 

haiu a futti l’aucciellu a lu vuluni!

 

Grande Iddio, se arrivo a prender moglie

 

mille me ne debbo fare a una a una!

 

Questo cazzo me lo debbo acciaiare

 

con pecore, con capre e con caproni,

 

mille donne in terra debbo gettare,

 

non debbo lasciarci nemmeno il gattone;

In terra e in cielo questo latte debbo spandere,

 

debbo fottere l’uccello in volo!

Con gesto priapeo del braccio a pugno chiuso richiamò al ballo i dormienti compagni, questi con l’anche caprine saltarono urlando e fischiando. Quindi un nuovo canto corale:

Da quannu la mamma m’ha cacatu,

 

stu cazzu mai mai nun happe posa;

 

prima ccu’ la manu lu strufinau,

 

la lingua di lu cani mi lu’ ‘nfuse,

 

lu suli mi ci ha datu lu caluri

 

la nivi mi ci ha datu lu sapuri;

 

uomuni e ziti n’apperu spavientu,

 

e forti muo’ s’è fattu cumu ‘u vientu!

 

Da quando la mamma m’ha partorito,

 

questo cazzo mai mai ebbe riposo;

 prima con la mano lo sfrondai,

 

la lingua del cane me lo bagnò,

 

il sole gli ha dato il calore,

 

la neve gli ha dato il sapore;

 

uomini e fanciulle n’ebbero spavento,

 

forte ora s’è fatto come il vento!

Tornò il ballo forsennato, tornarono i gesti priapei del braccio sinistro ripiegato in alto col pugno chiuso, tenuto stretto sopra il gomito con la mano destra. Fumarono le tede intorno, gli spettatori si carezzarono l’un altro gli organi genitali, ridendo come ebeti. Poi nuovamente il canto:

Chi ssù, chi ssù ppe mia li tempestai,

 

li vienti cud’acqua e li fuguni?

 

Chi ssù li lampi e truoni ‘nfrasciati,

 

chi ssù li peni amari e li dijuni,

 

si sti cazzi su stati azzardati

 

e forti cumi petri li cugliunu?

 

Mi raccumannu ad illi, e tenimenti

 

si spanne ppi lu munnu la simenta…

 

Angiuli di lu cielu, ‘mmidiati

 

sti cazzi chi su d’azzaru fusi!

 

Si ppi nui nun c’è na cariati

 

di fimmina aggiustata di jppuni,

 

Né l’adduru sapimu di gunnella,

 

li festi li facimu a li patroni,

 

Chisti cazzi chi su cumi battagghi

 

li mintimi a li piecuri ‘ntravagghiu.

 

Che sono per me le tempestate

 

i venti con le piogge e i fragori?

Che i baleni e le folgori unite,

 

che sono le pene amare e i digiuni,

 

se questi cazzi sono stati acciaiati

 

e forti come pietre i coglioni?

 

Mi raccomando a essi, ed eternamente

 

si spande per il mondo la semente…

 

 

Angeli di Dio, invidiate

 

questi cazzi che son d’acciaio fusi!

 

Se per noi non si ha la carità

 

di donna vestita di corpetto

 

né l’odore conosciamo di gonnella,

 

le feste le facciamo ai padroni,

 

questi cazzi che son come batacchi

 

li mettiamo alle pecore in pena.

Quando culminò la notte gelida gli stracchi satiri s’abbandonarono al sonno, chi su pelli, chi su duro strame. Poi il sibilo del vento aurorale penetrò nel pagliaio richiamando ai pascoli le greggi, seguite dai pastori miseri e disfatti dal sadismo.

 

Tratto da Giovanni De Giacomo, La farchinoria. Eros e magia in Calabria, Ed. De Simone Istituto grafico italiano, Napoli 1972. Pag. 21 – 28.

 

leggende plutoniche            

ruscello
 

Il rione Alimena è una zona pedemontana del monte Cocuzzo caratterizzata da rocce calcaree, caverne, rupi sospese nel vuoto, boschi fitti e impervi. Fra gli abitanti sono diffuse diverse leggende plutoniche, fiorite in centinaia d’anni di degrado e povertà, c'è in tutte un senso di frustrazione. Una leggenda narra che tra queste gole c’è una grotta in cui è sepolto un tesoro protetto da un serpente. Acciuffando la bestia dalla testa si trasformerà in un’enorme quantità di monete e oggetti preziosi.

 

Intervista a Maria De Stefano, Mendicino, 20/11/2007.

 

Una variante pretende una difficile impresa: bisogna far entrare il serpente in un’anfora. Si narra che un temerario quasi riuscì nella fatica, ma quando ormai era rimasta fuori solo la coda l’anfora scoppiò.

 

Intervista a Natalina Greco, detta da mammana, Mendicino, 20/11/2007.

 

Secondo altre narrazioni molte persone, anche in gruppo, hanno cercato questo tesoro senza mai trovarlo. Il signor Pasqualino racconta che suo nonno tentò questa ricerca con un amico, tale Salvatore detto truffa. La moglie di quest’ultimo diceva d’essere posseduta dagli spiriti. Ella parlava da sola e aveva sogni premonitori. Proprio in uno di questi disse d’aver visto la strada che conducevano al tesoro. Così i due amici decisero di intraprendere la ricerca seguendo le indicazioni della donna. Progettarono di risalire la montagna, proseguendo finché secondo le indicazioni avessero trovato un truogolo di tufo contenente una iatta (legnetto con fichi infilzati) dotata di poteri rabdomantici, tali da indicare il percorso e raggiungere la grotta del tesoro. Presero delle jacchare (torce fatte di corteccia d’albero) per far luce nel buio della notte e s’incamminarono. Il signor Salvatore, vinto dalla paura, giunto a metà del cammino rinunciò all’impresa, mentre il nonno di Pasqualino proseguì. Mentre camminava attraversando grotte e anfratti parlava a gran voce, come se il suo amico fosse ancora presente, in modo che l’eco della sua voce gli facesse compagnia e coraggio. Dopo ore di ricerche rinunciò e s’incamminò verso casa. Tornando trovò il truogolo e la bacchetta ma poiché era ormai tardi, decise di prendere la bacchetta e andare a casa. La moglie dell’amico li rimproverò, dicendo che il ritrovamento degli oggetti non era avvenuto nel momento giusto e che quindi avevano perso l’efficacia. Non era più possibile ritentare l’impresa. Il tesoro non fu mai ritrovato. In una zona vicina al rione Alimena, detta Pantanolungo, si narra che gli spiriti dei morti scendano dalle balze scoscese tra il mormorio assordante del torrente, maledicendo chiunque riesca a trovare il tesoro. Si narra anche che qualche impavido tentò la ricerca portando con se 'u rutiliu (libro degli scongiuri), fidando nella sua funzione apotropaica, ma anche in questo caso l’iniziativa si risolse in un fallimento.

 

Intervista a Pasqualino Gervasi, detto du Milordu, Mendicino, 15/11/2007.

 

Si narra d’un altro tesoro sepolto nella grotta dei Sermoni, anch’esso protetto da un serpente. L’unico modo per impossessarsene è distrarre la bestia mostrandogli una donna nuda e incinta. Tuttavia l’unica persona che tentò causò la morte della donna e del bambino che portava in grembo.

 

Intervista a Natalina Greco, detta da mammana, Mendicino, 20/11/2007.

 

In un’altra leggenda la torre dell’orologio ha la stessa funzione della grotta, a causa della sua inaccessibilità. All’interno della torre vi sarebbe nascosta una chioccia dai pulcini d’oro

 

Intervista a Lucia Brandi, Mendicino, 13/11/2007.

 

l'asino di Domanico           

 

Nel borgo di Domanico un contadino si disperava perché il suo orto, piantato da poco, era stato distrutto dal suo asino. Mosso dal rancore e dalla fame il contadino decise di farlo giudicare nella piazza dalla gente del paese. Ascoltate le diverse opinioni decisero di punirlo gonfiandolo d’aria, avrebbero usato una canna cava infilata nell’ano. Uno alla volta i contadini iniziarono lesti a gonfiare, ma giunto il loro turno i possidenti si rifiutarono, non avrebbero mai posato le loro labbra su qualcosa già toccata dalle bocche dei miserabili. Così invertirono i fori della canna e gonfiarono l’asino poggiando le labbra sull’estremità prima infilata nell’ano dell’asino. Così alcuni mendicinesi quando sentono qualcuno cambiare opinione con facilità dicono:

vota cannedggia cum'i domenicanesi (volta canna come i domenicanesi).

 

Intervsta a Pasqualino Gervasi, detto du Milordu

 

uccellaria           

 

Quando la gallina cerca di imitare il chicchirichì del gallo è segno di cattivo augurio per la famiglia che la possiede. In questa credenza il dominio simbolico maschile ribadisce trasfigurandolo il sessismo dell’ordine sociale rurale calabrese, il patriarcato è confermato attraverso la punizione del suo sovvertimento. Unica soluzione per scongiurare la malasorte è uccidere la pennuta bollendola in pentola

 

Amaru a chira casa chi la gadggina canta e ru gadggiu tacia

Amaro a quella casa dove la gallina canta e il gallo tace

 

La civetta era per i magnogreci l'animale totemico di Atena, credevano che il canto fosse saggio, come tutti i rapaci notturni. Nella tradizione calabrese il verso della pieula (civetta) suona sempre sinistro alle orecchie dei peoni, dice il proverbio:

 

Tintu dggie canta, piejo dggie guarda

… dove canta, peggio dove guarda

 

Le rondini sono invece ben viste. Secondo alcune leggende avrebbero portato acqua alla Madonna assetata, perciò ucciderle è peccato. In alcune canzoni è una messaggera, eccone una che ha per tema la perdita della verginità femminile: lo spasimante promette di sposare la sua partner, scegliendo di perdere così la propria libertà. Era quasi impossibile però per le contadine disfarsi del “sigillo” della verginità senza perdere la propria libertà personale, in misura molto maggiore a quella maschile.

O rinninedggia chi passi lu mare,

fermati, quantu ti dicu de parole,

quantu ti scippu na pinna s’ala

na littara ci fazzu a ru miu amure;

tutta de sangu la vuogliu bagnare

e ‘ppe sigillu ci mintu stu core,

attientu, rinninedggia, u’nti ‘ngannare:

tu pierdi u sigillu e d’iu lu core.

 

O rondinella che passi il mare,

fermati, quando ti dico due parole,

quando ti strappo una penna da quest’ala

una lettera ci faccio al mio amore;

tutta di sangue voglio bagnarla

e per sigillo ci metto questo cuore,

attento, rondinella, non t’ingannare:

tu perdi il sigillo e io il cuore.

 

Tratto da: Raffaele Greco, Mendicino. Storia, leggenda folklore, Padova 1959.

 

mamma li turchi            

 

Si narra che intorno all’anno mille i saraceni di stanza ad Amantea avessero cinto d’assedio il borgo di Mendicino posto sulla la rocca fortificata. Gli invasori stazionarono molto tempo fuori le mura cercando di affamare gli abitanti rinchiusi. I mendicinesi ormai esausti e sfiniti tentarono un’astuzia: munsero il latte delle loro donne incinte e ne fecero ricotta, gettandone in quantità fuori le mura davanti ai saraceni. Gli armati vedendo il cibo gettato si scoraggiarono e decisero di smobilitare l’assedio. Levate le tende proseguirono per saccheggiare un altro villaggio. In contrada Pasquali incontrarono un prete mendicinese che rivelò loro l’inganno, tradendo la popolazione. I saraceni tornarono sui loro passi e sferrarono un attacco violento e decisivo, saccheggiando e distruggendo il borgo.

 

Tratto da: Domenico Canino, Una montagna alta fra le nuvole. La storia di Mendicino, Mens Ky Nebwh, Mendicino (CS) 2000.  Pag. 29.

 

ambiguità oracolare            

statere brettio
 

Alessandro il Molosso abbandonò il suo regno per sfuggire alla profezia dell’oracolo di Dodona: “guardati dall’Acheronte”, un fiume che scorre nelle sue terre. Il re venne in Italia chiamato Tarantini che avevano bisogno di cospicui rinforzi nella guerra contro Bruzi, Sanniti, Lucani e Apuli.

Re Alessandro mostrò il suo valore in battaglia. Era esperto delle arti belliche; l’impeto non gli mancava e ben conosceva le strategie militari. Sul campo sapeva spronare i suoi ed era capace d’incutere terrore negli avversari. Ma in cuor suo c’era sempre qualcosa che lo turbava, che lo rendeva insonne e insofferente. Egli sacrificava perciò agli dei per propiziarsene la benevolenza.

Nella sua avanzata travolgeva tutti i nemici che osavano sbarrargli la strada. Dall’Apulia alla Brettia accumulava vittorie: era un trionfo. Anche i Bruzi furono infine costretti alla resa. Dopo aver combattuto e vinto il villaggio dell’attuale Cosenza salì sulle colline circostanti, con l’intenzione di far riposare l’esercito, spartire il bottino di guerra, giacere con le fanciulle catturate e rese schiave. S’accampò in riva a un fiume e decise di guadarlo. All’improvviso si ricordò della profezia e chiese quale fosse il nome del fiume. Gli riferirono che un allogeno lo chiamava Mericano. Tranquillizzato iniziò a guadarlo ma nel bel mezzo una freccia bruzia lo colpì a morte. Il corpo trafitto fu trasportato dalla corrente fino alle poste dei nemici che ne fecero scempio. Centinaia di anni dopo ci tramandarono questa leggenda gli scrittori latini Giustino e Livio. La profezia s’era avverata: quel fiume si chiamava Acheronte e scorreva nel territorio di Pandosia.

 

Tratto da: Eugenio Santelli, Mendicino tra storia e mito, Edizioni Santelli, San Giovanni in Fiore (CS) 2002. Pag. 19, 20.

 

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