Museo della seta - Mendicino
 
i giochi
bimbi calabri
 
 

La campana o settimana

I bambini disegnavano a terra un tracciato a forma di grande campana diviso in caselle. Quando non pioveva lo schema si conservava a lungo e per giocare bastava rimarcarlo con un coccio. Era un passatempo di fortuna e richiedeva abilità quasi acrobatiche perché si doveva saltare con un solo piede nelle caselle, dopo aver lanciato il proprio coccio all’interno delle zone numerate. Ogni bimbo aveva il suo coccio magico, ognuno compiva piccoli riti scaramantici per vincere.

 

'U stiriggdru

Servendosi di una paletta si lanciava un pezzo di legno con le punte affilate all’interno di un grande cerchio. Il lancio avveniva dall’esterno o dall’interno della circonferenza, spesso senza poter controllare la traiettoria. Chi perdeva doveva eseguire la penitenza fra gli schiamazzi della brigata.

 

‘U ruoggdru

I ragazzi si divertivano a far rotolare ‘u ruoggdru, un cerchione di bicicletta, per le strade del paese in interminabili scorribande servendosi del mattacirchiu, una specie di bastone di scorrimento, che imponeva il ritmo al cerchio facendolo scivolare più veloce al traguardo

 

‘U strummolo

I bambini giravano con in tasca uno strummolo e uno spago per farlo srotolare. Per far girare la trottola si arrotolava lo spago e si lanciava strattonando il capo della funicella stretto fra le dita, con forza e abilità per imprimere un rapido movimento rotatorio; poi appena ‘u strummulo rallentava lo si sferzava per farlo continuare a girare il più a lungo possibile.

 

Filastrocca della conta

Settte, quatttordici, venttuno, venttottto,

si fa ra festa de paparottto

paparottto de Mennicinu,

escie tu cà si regina.

 

La pentola o marmitta

Un ragazzo sedeva in mezzo agli amici, questi lo colpivano sulla schiena o sul capo girandogli intorno fin quando egli non individuava l’autore dei colpi, che una volta scoperto doveva fare «la pentola». È il più noto «schiaffo del soldato».

 

Le belle statuine

L’abilità ludica consisteva nel fermarsi mantenendosi immobili. Qualcuno contava con la faccia al muro e gli altri partivano allineati qualche metro più dietro, finita la conta si voltava di scatto, chi era sorpreso in movimento era eliminato. Vinceva chi riusciva a raggiungere il muro, sostituendosi all’altro nella conta.

 

Ammucciareggdra

Conosciuto col nome di «nascondino», era una tempesta che si scatenava in ogni angolo della vinella, alla ricerca spasmodica di un nascondiglio sicuro e impenetrabile. Dopo la conta (fino a venti) tutti si sparpagliavano nei posti più impensati, col cuore in subbuglio per la corsa affannosa. Qualsiasi anfratto era sperimentato pur di non farsi scoprire e riuscire a salvare tutta la comitiva: «cento per tutti!».

 

Tratto da Graziella Caputo Licursi, Mendicino paese dell’anima. Memoria e identità, Tipografia Di Giuseppe, Cosenza 2005. Pg. 57 – 61.

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