Museo della seta - Mendicino
folklore mendicinese
   

la nascita            

 

Fino alla metà del Novecento nel borgo di Mendicino e in alcune frazioni la nascita di un bimbo era salutata con colpi d’arma da fuoco, dispari per un maschio e pari per una femmina. Dopo il parto il padre e i presenti brindavano col liquore:

ara salute d’u quatrariedggiu (o quatraredggia)

 

Alla salute del bambino (o bambina);

dicevano:

ara salute d’u picciridggiu e d’a mamma

 

Alla salute del bambino e della mamma.

In una società patriarcale la denominazione non era oggetto di scelta, al nascituro spettava il nome del nonno o della nonna paterna;. al secondogenito toccava il nome del primo zio paterno oppure del nonno materno e così di seguito fino a esaurimento parentela. Il battesimo era celebrato prestissimo a causa dell’elevata mortalità infantile, si credeva che se fosse morto prima sarebbe finito “aru limbu” (nel limbo). Anche in questa occasione era usanza scaricare in aria fucili e pistole. Il neonato era portato a battesimo in corteo, la cui lunghezza era proporzionale all’importanza della famiglia nella comunità. La bambina era avvolta in un mantello color rosa, celeste per il bambino, cui facevano poggiare la testa sul braccio sinistro della comare (o compare), la femminuccia sul braccio destro.

 

La madre iniziava a preparare il corredo nuziale per le femmine ancor prima che iniziassero a balbettare. Dice il proverbio:

Figlia ‘nfascia, e dota ‘ncascia

 

Figlia in fasce e dote nella madia.

Tratto da Domenico Canino, Una montagna alta fra le nuvole. La storia di Mendicino, Mens Ky Nebwh, Mendicino (CS) 2000. Pp. 81,82.

 

Quando nasceva una bambina i vicini regalavano alla puerpera una gallina, non solo perchè il brodo era considerato alimento valido ad aumentare la montata lattea, ma anche per il significato simbolico: era augurio di fertilità. Quando nasceva un bimbo si usava portare in dono un galletto, per propiziarne la virilità.

 

Tratto da Graziella Caputo Licursi, Mendicino paese dell’anima. Memoria e identità, Tipografia Di Giuseppe, Cosenza 2005. P. 23.

 

il matrimonio            

 

In passato l’età media degli sposi era dai 18 ai 25 anni, 18 - 22 per le femmine e 21.- 25 per i maschi. La maggior parte dei matrimoni era combinata dai genitori dopo lunghe trattative e penosi calcoli, spesso contro la volontà degli interessati. L’istituzione matrimoniale era una peculiare evoluzione di quella feudale. I rapporti di produzione nella società calabrese fino agli inizi del novecento non furono direttamente coinvolti dalla rivoluzione borghese, che già da più di due secoli stava sconvolgendo le società del resto d’Europa.

 

L’amore di coppia, la compatibilità e l’affinità caratteriale, sono requisiti relazionali abbastanza recenti nei matrimoni. L’ovvietà di questi concetti nella contemporaneità, l’uso acritico che ne facciamo, indica proprio l’appartenenza d’essi agli apparati ideologici delle nostre società occidentali, strutturati in funzione dell’economica capitalistica, del mercato. Nella società contadina mendicinese i rapporti sociali ruotavano attorno al latifondo, la piccola aristocrazia di provincia possedeva le terre e i piccoli mezzi di produzione, la piccolissima borghesia arrancava fra le arti mediche e umanistiche con qualche capatina nella piccola impresa, la maggior parte del contado affittava il proprio lavoro nei campi, le comunità ecclesiastiche riproducevano al loro interno quei rapporti di classe gerarchizzandoli rigidamente. Nel matrimonio tradizionale prevalsero quasi sempre considerazioni economiche, sociali e di prestigio. Il pater familias disponeva della vita dei figli fino alla morte, il suo potere era legittimato dalla legislazione sulla patria potestà, poteva persino farli incarcerare con le lettre de cachet. Il capo famiglia decideva anche la professione dei figli, riuscendo anche a chiuderli in convento.

 

Le nozze erano precedute dalla trattativa e dalla promessa. Il primo cerimoniale era l’adduobu: i genitori del giovane si recavano in tarda serata dai genitori della futura sposa per avanzare la proposta e discutere l’ammontare della dote. Patteggiavano la quantità di denaro, i beni immobili, il corredo (specificando il numero di coperte, di lenzuola e degli altri capi di biancheria previsti dalle usanze), infine la quantità e la qualità del mobilio. Quando l’accordo non era immediato i genitori della giovane chiedevano un lasso di tempo per riflettere. Se la decisione era presa nella stessa sera della richiesta si stipulava il contratto di nozze. Il giovane pretendente non partecipava mai direttamente all’adduobbu, egli fuori l’uscio aspettava d’essere chiamato dopo la conclusione della trattativa. Dunque il futuro sposo era presentato ai genitori della ragazza, anch’ella introdotta nella stanza e mostrata a distanza.

 

Dopo poco tempo, come stabilito nell’adduobbu, c’era la seconda cerimonia: si purtava l’uoru (si portava l’oro) in un banchetto in cui genitori e promessi sposi sedevano di fronte. Il pretendente donava alla ragazza un paio d’orecchini, un anello, una catenina e una spilla.

 

La cerimonia dell’oru erauna vincolante promessa di matrimonio, proprio in questa occasione era fissata la data delle nozze.

 

La terza fase precedeva di pochi giorni la cerimonia delle nozze. Il fidanzato donava agli amici grandi fazzoletti multicolori, chi li accettava s’impegnava moralmente a partecipare al matrimonio, come un odierno biglietto di partecipazione con impegnativa.

 

Tratto da Raffaele Greco, Mendicino. Storia, leggenda folklore, Padova 1959. P. 81 – 84.

 

 

Germana e Vittoria Caputo

Nel giovedì precedente alle nozze i familiari dei futuri coniugi partecipavano al rito della preparazione del letto nuziale. Il corredo della sposa era trasportato in processione dalla casa paterna fino a quella dei futuri sposi, in modo che i concittadini potessero vederlo. Tutta la biancheria era sistemata nelle sporte (larghi cesti) e nelle cannistre (cesti con la bocca più stretta e profonda), era così possibile mostrare la pregevole manifattura dei ricami e dei merletti.

 

Insieme al corredo erano trasportati il comò e il baule, i mobili che avrebbero custodito il corredo. Giunto a casa il corteo, la suocera della sposa osservava il corredo e con la madre sistemavano il letto per prima notte di nozze. Sul talamo le donne sistemavano la cortina, una sorta di baldacchino; a un gancio nel soffitto si appendevano drappeggi di veli o teli bianchi, che rivestivano l'intero letto creando un'alcova romantica.

 

Le lenzuola del letto erano semplici, di cotone bianco ed erano adornate con la sbersa, un risvolto amovibile su cui spesso erano ricamate le iniziali della sposa. Prima della coperta si disponeva il tornaletto, lenzuolo ricamato e abbastanza ampio da coprire le reti del letto. I materassi erano molto alti e gonfi, imbottiti di foglie di granturco seccate. Sui cuscini si poggiavano le tovagliette con i motivi dei ricami in cuncerto (abbinati) alla sbersa e al tornaletto. La coperta era di seta o di cotone, quasi sempre mattoniata, cioè decorata a quadri alterni di due colori, giallo e rosso. Approntato il giaciglio si scrivevano sul letto le iniziali degli sposi con le mianule (confetti bianchi) e si banchettava tutti insieme.

 

Intervista a Rosina Carbone, Mendicino, 26/11/2007.

 

La cerimonia avveniva nel pomeriggio della domenica. Si formava un corteo, come per tutte le processioni private, lungo proporzionalmente all’importanza della famiglia nella comunità. Tuttavia era cospicuo anche nei matrimoni più poveri, animato dagli sfaccendati e dai curiosi della domenica mattina. La partenza degli sposi verso la chiesa era salutata con la sparatoria degli invitati, che auguravano figli maschi con colpi dispari, e femmine con colpi pari, ma solo dal secondo figlio in poi, era auspicabile generare un maschio in una società fortemente maschilista. In testa al corteo stava la sposa al braccio del compare, seguiti dallo sposo al braccio della comare, poi i parenti in ordine di grado e infine gli amici. Dopo la funzione religiosa gli sposi capeggiavano il corteo di ritorno, a braccetto pubblicamente per la prima volta. Giunti davanti alla loro casa, si ripetevano le sparatorie mentre la madre della sposa gettava da un cesto che portava al braccio confetti e monetine sulla folla. Iniziavano così le danze. Il primo ballo era riservato agli sposi, poi tutti ballavano le tarantelle.

 

Seguivano otto giorni di festa, lieta e spensierata baldoria. Durante la domenica per contribuire alla festa di matrimonio e permettere l’avviamento finanziario della famiglia si raccoglievano i piezzi, denaro imbustato col nome dell’offerente. Questa usanza istituiva un obbligo sociale, gli sposi dovevano prendere nota per poi rennere lo stesso denaro quando si sposava un membro della famiglia dell’offerente. Questa circolazione di denaro creava un sistema creditizio cooperativo, le collette pagavano gli alti costi delle cerimonie sociali. Al cerimoniale del piezzu non partecipavano le nubili, che invece erano numerose a quello del crivu, cerimoniale della seconda domenica dopo le nozze. Si riccuglìanu i crivi, si raccoglievano offerte in frumento con le stesse modalità della raccolta dei piezzi. Questa importante usanza permetteva alla neonata famiglia di raccogliere talvolta numerosi quintali di frumento, sufficienti per alcuni anni di panificazione. Anche se quanto era stato ricevuto doveva essere restituito, ciò avveniva a tempo debito e in piccole rate, non risentendone né la loro tasca né il loro granaio.

 

La formula degli auguri alla consegna del piezzu o del crivu era: Tanti auguri e figli masculi”, più raro “Tanti auguri e figlie fimmine”. La sposa offriva ai visitatori un vassoio colmo di confetti e paste, lo sposo liquori. I visitatori allora esclamavano:

ara salute vostra, ‘ppe n’atri cent’anni, de miegliu a miegliu

 

alla salute vostra, per altri cent’anni, di meglio in meglio;

e gli sposi di rimando:

grazie, n’atrichitantu a vussuria.

 

altrettanto a vossignoria

Durante gli otto giorni della festa gli sposi stavano chiusi in casa senza mai uscire. Tutti i giorni ricevevano parenti e amici. Si suonava e si ballava tutti i giorni, eccetto il venerdì e il lunedì, perché riservati alle visite delle persone a lutto. Tornati alla normalità iniziava la loro nuova vita ma in uno nuovo scenario domestico: l’uomo riprendeva il lavoro nei campi, la donna riprendeva ad accudire casa e familiari.

 

Tratto da Raffaele Greco, Mendicino. Storia, leggenda folklore, Padova 1959. Pp.81 – 84.

 

Durante il matrimonio la sposa riceveva in eredità un servizio di piatti e uno da caffè. Le stoviglie erano esposte nelle vetrine della credenza con altro vasellame e suppellettili, custoditi di generazione in generazione. Particolarmente graditi erano gli auguri dei parenti emigrati, perchè arrivavano con le pezze in dollari.

 

Tratto da Graziella Caputo Licursi, Mendicino paese dell’anima. Memoria e identità, Tipografia Di Giuseppe, Cosenza 2005. P. 22.

 

la morte            

 

Alla morte d’un familiare i parenti chiamavano il prete per farlo benedire. Il parroco arrivava affiancato da un chierichetto e con la croce in mano guidava la processione funebre fino in chiesa. Dopo il rito il prelato conduceva il corteo con la bara fino al cimitero per la tumulazione, sovente accompagnato dalla marcia funebre della banda musicale. Dalla chiesa i rintocchi lentidelle campane a morte, la più piccola, la media e la grande. Conclusi i funerali il parroco chiedeva il morteggio ai parenti del defunto, una nota di pagamento dalle varie voci di spesa per il sevizio funebre, proporzionali alla disponibilità economica della famiglia. Dopo il funerale erano commissionate al prete alcune messe per l’anima del defunto: una dopo il terzo giorno dalla morte, poi dopo il settimo, dopo un mese e infine dopo un anno.

Durante la prima settimana dalla morte del familiare i parenti non accendevano il fuoco e non cucinavano, i vicini preparavano loro da mangiare. I familiari più stretti segnalavano il loro lutto vestendosi in nero, il periodo di lutto variava in base al grado di parentela. Le donne portavano il capo coperto da ‘u maccaturu, fazzoletto nero.

 

Intervista a Luigi Reda, detto de Padggiuni, 15/11/2007

 

l'abito            

futo Enrica Gucciardi
 

Il costume tradizionale di Mendicino fu indossato fino alla metà dell’800, sia per le giovani che per le anziane era d’un'unica foggia, con piccole variazioni indicanti lo status dell’indossatrice. La camicia arrivava fino alla caviglia, stretta ai fianchi dalla pettiglia, busto di cartone (o cuoio) foderato di seta. Una camicetta molto aderente, u jeppunu, era allacciata sulla parte superiore della pettiglia. U pannu era una gonna di panno aperta sul davanti, le donne sposate la portavano rossa, le nubili marrone, nera le vedove. U rubriettu era la gonna a pieghe indossata sul pannu; u sinale era un piccolo grembiule adornato con merletti e fiocchi di seta nei giorni di festa. U rituarnu o u maccaturu era il fazzoletto legato sul capo d’estate mentre u fazzulettunu  era il grande mantello di lana usato d’inverno. I fazzoletti coprivano l’acconciatura dei lunghi capelli intrecciati e raccolti sulla nuca. Nei giorni di festa i capelli erano intrecciati sul turchiunu,un cordone imbottito che ne aumentava il volume.

 

I cuazietti erano calzini di filo fatti a mano indossati arrotolati fino al calcagno. Il tipico abito maschile era costituito da pantaloni a righe attillati, trattenuti in vita da una fascia o da un pezzo di rete, un panciotto, una giubba corta, un fazzoletto al collo. il tipico copricapo fasciato e a punta. I colori dominanti erano l’azzurro e il blu.

 

Tratto da Domenico Canino, Una montagna alta fra le nuvole. La storia di Mendicino, Mens Ky Nebwh, Mendicino (CS) 2000. P. 54.

 

il bucato            

 

Una volta al mese le donne erano impegnate nella vucata. Vicino a via Campanella sono ancora visibili le grandi vasche scavate nella roccia dove alcune famiglie mendicinesi immergevano il bucato. Alcune famiglie possedevano il vucaturu, una madia per i panni sporchi rivestita all’interno con un vecchio lenzuolo. La biancheria era prima piegata e compressa, poi s’accatastavano sul fondo le lenzuola e il corredo del letto, poi asciugamani, tovaglie e tovaglioli, infine intimo e vestiti. I panni s’accumulavano per settimane, per un bucato abbondante, soprattutto in estate. Riempita la madia si legavano a fagotto i lembi del lenzuolo pressando con forza e ponendovi sopra una tela di sacco a maglie larghe che agiva da filtro. La tela era poi incastratasulla quadratura superiore della cassa. Si preparava la lisciva, una miscela di acqua e cenere di legno d’ulivo, setacciata con un crivo a giunchi stretti e cotta in un pentolone di stagno di rame. La lisciva era versata bollente con un secchio sui panni infagottati nella cassa, lasciati poi riposare per una notte. Alcune donne raccoglievano con un bicchiere l’acqua che scolava per conservarla poi gelosamente, perché ritenevano che trangugiandola avrebbero scongiurato gravidanze indesiderate. Il mattino successivo le lavandaie portavano i panni al fiume o alle tante cisterne campestri, lì erano lavati e risciacquati con cura, per poi essere riposti e trasportati in ceste di vimini. Il bucato giunto a casa era steso al sole.

 

Tratto da Graziella Caputo Licursi, Mendicino paese dell’anima. Memoria e identità, Tipografia Di Giuseppe, Cosenza 2005. Pp. 54, 55

 

Il potassio contenuto nella cenere era utile non solo per rendere bianco il bucato ma anche per eliminare la sericina della seta. L’acqua di scolo del bucato era versata in un recipiente di rame stagnato per essere riutilizzata nel trattamento delle matasse di seta.

 

Intervista a Gemma Gaudio, Mendicino, 13/11/2007

 

I panni erano lavati nel ruonzu, cioè laddove l’alveo del torrente era più largo e l’acqua più abbondante, strofinandoli con delle pietre chiamate stricaturi. ‘U ruonzu era sempre affollato dalle donne, quando in estate il Sole era cocente e il caldo asfissiante alcune di loro facevano il bagno. D’inverno invece lavare i panni inginocchiate nell’acqua fredda era molto faticoso.

 

Intervista a Pasqualina Greco, Mendicino, 20/11/2007

 

Il lavaggio del corredo nuziale in occasione delle nozze era una festa, cui partecipavano le amiche della sposa e le “signorine da marito”. La biancheria nuziale doveva essere lavata soltanto da vergini, che dovevano anche stirarla e sistemarla nei cassetti del comò. Quest’usanza era considerata di buon auspicio sia per la promessa sposa che per le nubili.

 

Tratto Graziella Caputo Licursi, Mendicino paese dell’anima. Memoria e identità, Tipografia Di Giuseppe, Cosenza 2005. Pp. 54, 55.

 

Le stoviglie erano lavate con l’acqua della cottura della pasta, l’amido fungeva da sgrassante. In quella stessa acqua restavano i residui e i condimenti, veniva utilizzata quindi col nome di vrudata come alimento per maiali e galline.

Il sapone per il bucato e per l’igiene personale si preparava bollendo acqua, potassio e grasso di maiale oppure olio di frittura conservato e fatto condensare nei salaturi (recipienti di coccio smaltati). Dopo la cottura questa miscela cremosa era fatta riposare per una notte, fino all’indurimento. Poi il blocco di sapone ottenuto era tagliato a pezzi e conservato in posti freschi.

 

Intervista a Gemma Gaudio, Mendicino, 13/11/2007.

 

la rivalità con Cerisano            

 

Nel 1873 fu costruita la strada che dalla contrada mendicinese di Cappelli conduce al borgo di Cerisano. Fu l’onorevole cerisanese Antonio Zupi a proporne l’edificazione, perchè pare che fosse stanco dei lazzi d’un gruppo di ragazzini che al suo passaggio dal vecchio sentiero, di ritorno da Roma o da Cosenza, gli urlava contro lanciandogli addosso ogni sorta di genere alimentare. Inizialmente Zupi aveva assoldato due guardie del corpo, ma non riuscendogli di farsi proteggere dalle ingiurie dei monelli fece di tutto per far costruire che gli avrebbe evitato l’antico percorso. Pur essendo Zupi imparentato coi Gaudio di Mendicino ne era acerrimo nemico, questi ultimi erano proprietari della zona che va da Tivolille fino a San Bartolo e il nuovo tracciato della strada sarebbe passato entro i loro confini. Il clima di odio tra le due famiglie con questo episodio giunse all’apice.

 

Nei tribunali le cause si sprecarono, ricorsi, sentenze, appelli, petizioni, certificazioni di ogni tipo non riuscirono a fermare la costruzione della nuova strada. I terreni dei Gaudio furono divisi.

Si racconta che il 15 luglio 1889, alla morte di Antonio Zupi, Cerisano fosse in lutto. Eppure dalla contrada di San Bartolo i fratelli Silvestro e Gaspare Gaudio illuminarono il cielo con gran fragore di fuochi artificiali.

 

Si narra che proprio in questo periodo iniziarono a circolare dei versi sul tema della rivalità tra Mendicino e Cerisano, la causa fu quindi addebitata all’odio fra le famiglie più in vista. Ecco il versante mendicinese:

Madonna du Rosariu e’ Mennicinu

manna ‘na pestilenza a Cerisano,

mannala forte cume ‘na quartana,

cà un ci restassi ‘na persona sana.

 

Madonna del Rosario di Mendicino

manda una pestilenza a Cerisano,

mandala forte come una febbre quartana

che non resti neanche una persona sana.

Ed ecco la risposta cerisanense:

Santu Larienzu di Cerisanu

Falli sckattare si figli di puttana,

ccu vuommicu, duluri e zilarizzu

mangianussi li stozzi a piezzu a piezzu.

 

San Lorenzo di Cerisano

Falli schiattare questi figli di puttana,

con vomito, dolori e ……..

si mangino i brandelli pezzo a pezzo

Tratto da Eugenio Santelli, Mendicino tra storia e mito, Edizioni Santelli, San Giovanni in Fiore (CS) 2002. Pp. 38, 39.

 

Entrambe le comunità usavano termini spregiativi per designare gli abitanti del borgo rivale: Ceresanari e Mennicinari. Circolava inoltre un detto nelle Serre cosentine:

Vucchi larghi ‘e Cerisanu e

latracchini de Maranu

 

Bocche larghe di Cerisano e

ladruncoli Di Marano

 

Vucchi larghi ‘e Cerisanu e

Cursunari e Mennicinu

 

Bocche larghe di Cerisano e

Serpentari di Mendicino

Tratto da Domenico Canino, Una montagna alta fra le nuvole. La storia di Mendicino, Mens Ky Nebwh, Mendicino (CS) 2000. P. 63.

 

I giovani delle due fazioni guerreggiavano con macigni e sampietrini al confine tra i due centri, in prossimità del cimitero di Cerisano. Il gruppo dei mendicinesi impediva al gruppo dei cerisanesi di entrare nel proprio territorio e viceversa. Ogni occasione era buona per litigare.

 

Intervista a Raffaele Amendola, Mendicino, 26/11/2007.

 

tradizioni montane            

donne portatrici di fascine
 

In montagna si raccoglievano funghi, castagne origano e legna, ma anche giunchigli (fiori) e fragole per omaggiare (‘a stimanza) le persone importanti del paese: i preti, il medico, l’avvocato.

 

Intervista a Raffaele Amendola, Mendicino, 26/11/2007.

 

Per sbarcare il lunario molte donne, le frascinare, nelle prime ore del mattino risalivano (spesso scalze) la montagna per raccogliere frasche. Le grandi fascine erano trasportate sulla testa e vendute in paese ai forni, alle filande, ai privati. Questo lavoro terminava intorno alle sette, giusto in tempo per iniziare le fatiche quotidiane.

 

Intervista a Germana Caputo, Mendicino, 13/11/2007.

 

Laddove le montagna era disboscata i contadini piantavano fagioli, miglio e soprattutto patate. Era possibile lavorare la terra liberamente ma dietro pagamento periodico della terragera, una tassa per l’uso del suolo comunale. Le patate non consumate erano conservavate per essere ripiantate. La conservazione avveniva sistemando i tuberi in un fosso scavato nella terra, profondo come l’altezza di un uomo. Il fondo, i lati e la parte superiore di questo fosso erano rivestiti con filici (felci), per evitare congelamento e germogliazione. Tra marzo e aprile le patate erano dissotterrate una alla volta infilzandole con palo appuntito.

 

In montagna per il pranzo si allestiva ‘u tripidu, un piccolo forno formato da tre grandi pietre disposte a semicerchio, entro cui si accendeva il fuoco per friggere col grasso di maiale le patate nella frissura, una grande una padella di stagnato di rame.

 

Intervista a Pasqualina Greco, Mendicino, 20/11/2007.

 

 

 

 

 

 

 

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