Museo della seta - Mendicino
 
la filanda 'Eugenio Gaudio'
canne fumarie del banco di trattura
 
 
(Domenico Gaudio, La seta. Uno sguardo al passato, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2007. Testo integrale)
 
  tavelle
  • Maggetta o rosetta. Specie di bottone di porcellana posto alla base della tavella e proteso, per mezzo di un fil di ferro, nella bacinella, con un piccolo foro al centro, attraverso il quale passava il filamento unito formato dalla rosa delle bave che, guidato da rotelline poste sulla tavella, finiva, poi, per avvolgersi sull'aspo.
  • Tavella. Apparecchio che apparve per la prima volta nel 1840, impiantato sul banco di lavoro davanti alla bacinella della filatrice, mediante il quale avveniva la trattura del filo serico. È formato da due aste di ferro dell'altezza di cm. 70, dette «capi» o «montanti», superiormente incurvate in direzione dell'aspo, che è posto a ridosso della filatrice, su piantane. I montanti hanno ciascuno, poco sopra la bacinella, una maggetta, attraverso il forellino della quale passa il filo unificato dalla rosa delle bave. Esso dalla maggetta sale su una rotellina posta in alto di ciascuna delle aste (particolare n.1), da cui scende su un'altra rotellina sottostante (particolare n. 2), per poi risalire, incrociando con se stesso nel primo tratto, su una terza rotellina che si trova nella parte incurvata dell'asta (particolare n. 3) e, così convogliato, attraverso lo zetto, antistante all'aspo, finisce per avvolgersi su questo, in forma di matassa.
  • 'mmiddhrare. Unire altra bava alla «rosa» in opera. Con la falange dell'indice della mano destra si spingeva la nuova bava verso il filamento della rosa delle bave in opera, al quale, per mezzo della sericina, si attaccava immediatamente, senza che poi, subita anche la torta, si notasse alcun rigonfiamento. 
  • 'mmiddhratura. Unificazione di bave con altre. Gr. míghnymi o meíghnumi, 'mischio', 'unisco’; mîx e meîxis - eos, 'mescolanza'. Lat. misceo, 'mescolo', mixtura, 'mistura'. Da unaradice mig, lat. misc, 'mescolare', donde anche il mendicinese mmischare, ' mescolare'.
  • Torta. Incrociatura del filo di seta con se stesso, fatta dalla filatrice sulla tavella, che serve a dare maggiore coesione alle diverse bave e una migliore rotondità al filo, il quale, così, perde più acqua e passa più asciutto sull'aspo, rendendo le matasse più adatte alle successive operazioni.
  •   zetto
    Zetto. Guardafilo a forma di U, posto sulla pian  tana davanti all'aspo e dotato di un movimento di va e vieni sincronizzato col movimento dell'aspo stesso per l'avvolgimento su di esso in linea ondulata, cioè a zig-zag, ad evitare la sovrapposizione e la compenetrazione del filo su se stesso.
  • Zettatura. Disposizione del filo di seta sull'aspo, per mezzo dello zetto, a forma di Z (zeta), cioè secondo una linea ondulata a zig-zag, per evitare l'adesione di esso su se stesso.
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    aspo
     
    manovella per girare gli aspi
    Aspo o, meno comunemente, naspo. Attrezzo di legno girevole, posto in senso orizzontale su piantane, sul quale si svolge il filo di seta che si dipana dai bozzoli. È formato da un asse orizzontale con quattro traverse parallele a coppia, sostenuta ciascuna da due bracci infissi sull'asse stesso a forma di croce, di cui una è detraibile per mezzo di un nottolino, per facilitare la «cavata» delle due mannelle. L'asse dell'aspo è fornito a uno dei suoi estremi di una piccola puleggia che, messa a contatto, per mezzo di una leva (foto n. 10) che si può abbassare o alzare secondo l'occorrenza, con una ruota sottostante, azionata nei primi tempi dalle giratrici, poi meccanicamente per mezzo dell'energia elettrica, fa girare l'aspo. A Mendicino era chiamato manganu, dal gr. mágganon, lat. manganum, antica 'macchina da guerra' per lanciare proiettili (pietre, materie incendiarie), ‘puleggia'.
  • Mannella. La fascetta dei fili di seta avvolti intorno all'aspo. Dimin. di manna, fascetta d'erba o di spighe recise, quante se ne possono prendere con una mano: 'na manata, 'un pugno', dal lat. manus, ‘mano'.
  • Piantana. Ciascuna delle aste verticali (n. 9) su cui erano poste in senso orizzontale le due file di aspi, l'una a metà di esse (n. 8 aspi) e l'altra superiormente (n. 8) per sostituzione della prima al completamento delle matasse di filo, e tutte le altre apparecchiature necessarie per mettere in movimento rotatorio gli aspi (zetto, ruote, leve, manovella).
  • Cavata. Operazione di togliere le mannelle dall'aspo, abbassando una delle traverse di questo per mezzo di un nottolino a vite, dopo averlo tolto dalla piantana e posto sulla cavatoia.
  • Cavatoia. Apparecchio consistente in due aste lunghe cm. 60-80, infisse nel muro in due lunghi cavicchi su cui si ponevano, uno per volta, gli aspi per la cavata delle mannelle di seta, dopo averne fatta un'accurata mondatura di eventuali impurità e aver legato a ogni mannella un cartellino col numero della filatrice.
  • 'ssilare. Stropicciare leggermente con le dita delle mani i fili delle mannelle eventualmente attaccati l'uno con l'altro. Gr. syl - lúo, 'sciolgo'.
  • Matassa. Quantità di filo avvolto in più giri a spira sull'aspo, che, torto con la torcitrice e legato con una delle sue estremità, detto capo o bandolo, prende la forma di una piccola pupa. Il peso medio di essa era, su per giù, di g. 65. Lat. metaxa e mataxa, 'seta greggia', dal gr. métaxa e mátaxa, `seta'. Secondo Isidoro2 era detta matassa «dal giro dei fili» o «perché veniva trasportata»: mataxam ducit a circuitu filorum; o «perché si trasportasse», facendo derivare la voce dal verbo metághein, 'trasportare'. Secondo altri con tale voce i Greci dovevano indicare i mercanti che trasportavano la seta e, poi, per metonimia, la seta stessa, che era la merce più preziosa che veniva trasportata da così lontano. Difatti nel gr. mod. si ha metaxâs per 'mercante di seta', come metaxapóles e metaxapoletés. Da cui a Mendicino si diceva: matassaru. Primitivo attrezzo girevole a mano, formato da un bastoncello lungo circa 1 m., con altri due piccoli ad angolo retto alle estremità, sui quali si annaspava il filo per farne matasse, che venivano divise col bandolo, cioè con un nodo divisorio. Non è da confondere con l’arcolaio.
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    arcolaio
    Arcolaio. Strumento di legno, anche di metallo, fatto con righe incrociate, poste verticalmente e mobili come il mantice della fisarmonica, impiantate su un asse, intorno alle quali si poneva orizzontalmente la matassa per incannarla e farne gomitoli, detto così per la forma rotonda che acquistava girando, da richiamare l'incurvatura dell'arco. Lat. arculus, 'cerchietto', dim. di arcus, 'arco', o, comunque, ogni incurvatura ad arco. A Mendicino, come altrove in Calabria, era detto animulu, in Sicilia anemolo dim. da animus deriv. dal gr. ánemos, 'soffio', 'vento', che si rifanno alla rad. ά (da a’F), 'spirare', da cui áo, 'soffio', aér, 'aere', aúra, 'aura', 'brezza', aulé, 'aula', ogni luogo libero, arioso. C'è chi ritiene che si ricolleghi argaleîon o ergaleîon, 'strumento', 'arnese', da érgon, 'opera'.
  • Mattulu, mattulune. 'Mazzo' di erba, ritorto a forma di treccia, o d'altro. Es.: nu mattulu 'e fienu, 'un mazzo di fieno', o nu mattulu 'e lana, 'un mazzo (una matassa) di lana'.Gr. máktron, 'cosa impastata', 'preparata', 'cosa bella e fatta',da másso o mátto, 'io impasto', 'io preparo'.
  • Titolo. Termine indicante la grossezza del filo della seta greggia (ma anche di quella torta, detta organzina, della semplice bava e di ogni altro filato), dato dal peso, espresso in denari(mezzi decigrammi: 1 den.= g. 0,05), di un filzuolo della lunghezza di m. 450 (misura legale universale, adottata in tutte le nazioni al congresso di Parigi del 1900). Così si dice che un filo di seta greggia «ha titolo 10 denari» se un filzuolo di m. 450 pesa g. 0,50 = 10 den., «ha titolo 12 denari» se il filzuolo pesa g. 0,60 = 12 den.
  • Filzuolo. Matassina di filo della lunghezza di m. 450, tratto con un aspino da una normale matassa per la prova del titolo della seta (da filza, una serie, un dato numero di cose unite tra loro, che si ricollega, poi, al lat. filum, 'filo').
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    aspino
    Denaro. Nome di antica moneta romana d'argento; poi di varie monete di diverso valore, secondo i tempi e i luoghi. Successivamente anche unità di misura di peso (simbolo: den.) delle fibre tessili (seta, rayon, nailon ecc.), corrispondente a un mezzo decigrammo (g. 0,05). Fino all'introduzione del sistema metrico decimale era usato, in alcune regioni, dagli orafi e dai farmacisti, come equivalente alla ventiquattresima parte dell'oncia (g. 1,179). Lat. denarius, da decem, corrispondente, in origine, a 'dieci' assi.
  • Aspino . Piccolo aspo di metallo, azionato con una manovella; ogni suo giro misura m. 1,125. È munito di un contagiri collegato con un campanello che suona al 400° giro, corrispondente a m. 450 di seta (misura legale universale per la formazione di un filzuolo atto alla determinazione del titolo della seta).
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    bilancia di prova
    Bilancia (di prova). Apparecchietto formato da una piccola asta verticale, impiantato su una specie di piedistallo e avente all'estremità superiore, che è arcuata, un gancetto al quale veniva appeso il filzuolo di seta che, così, veniva pesato, mentre una lancetta ne indicava il titolo sull'asta medesima, su cui sono segnate le gradazioni in denari (mezzi decigrammi).
  • Provino. Operazione di assaggio per la determinazione del titolo della seta, fatta con l'aspino e l'apposita «bilancina di prova».
  • Balla. Grosso sacco di tela robusta, di colore grigio, con fodera bianca all'interno, in cui venivano ordinatamente poste per la spedizione le matasse «capiate», cioè col capofila legato a un cartoncino in modo da trovarlo subito per l'incannatura, e portante ciascuna un cartellino col numero della filatrice ai fini dei provini per il titolo e l'attribuzione di premi, molto ambiti, alle lavoratrici migliori. Alla bocca, la balla aveva una fila di occhielli, attraverso cui si faceva passare ad incrocio una funicella, con cui si chiudeva strettamente, mentre i capi di essa venivano sigillati con dei piombini, su cui venivano impresse con un punzone le iniziali dello speditore, G.E. (Gaudio Eugenio)3.
  •   torcitrice
    Torcitrice. Piccola macchina formata da una cassetta avente nella parte anteriore un uncino, cui si agganciava la mannella e che, azionato da una manovella, serviva per la attorcitura e la formazione delle matasse di seta commerciali, le quali assumevano pertanto l'aspetto di una piccola bambola di circa cm. 28.
  • Cassa della seta. Grande recipiente di legno di forma panciuta, con coperchio, lungo m. 1, largo cm. 73 e alto cm. 90, in cui, in un bianco panno, venivano riposte ordinata mente e custodite le matasse di seta, in attesa di essere messe in apposite balle, per essere spedite ai luoghi di destinazione.
 
telaio
 

La tessitura avveniva col telaio soltanto a uso familiare, non commerciale. Il personale addetto ai lavori della filanda era costituito da scopinatrici, assistenti, giratrici, operai per l'essiccatoio e per la cura dei bozzoli, filatrici, uno spaccalegna, trasportatori della legna, dei bozzoli e delle balle della seta. Il lavoro si svolgeva nel periodo dell'anno da giugno a novembre. L'essiccazione di bozzoli avveniva tra giugno e luglio; la trattura da luglio a ottobre, anche a novembre, raramente a dicembre e gennaio. Il fumo dei fornelli era incanalato in tubi metallici, per sboccare all'esterno sul tetto dell'edificio. Il vapore acqueo, proveniente dalla bacinella, usciva all'esterno attraverso le ampie aperture a oriente, di fronte al banco di trattura. In tal modo veniva garantita l'osservanza delle leggi al tempo in vigore, per la salvaguardia della salute dei lavoratori.


Filatrice. Operaia qualificata addetta alla trattura del filo serico dai bozzoli, attività che richiedeva molta abilità: intelligenza, sveltezza, esperienza, accortezza e senso di responsabilità. Essa doveva saper comporre la «rosa delle bave», cioè doveva saper distaccare dal mazzo dei bozzoli scopinati il numero necessario di bave (da 3 a 9 e anche oltre) e riunirle per la formazione del filamento secondo la grossezza voluta, seguendone, poi, attentamente il corso dalla bacinella attraverso la tavella, fino all'avvolgimento di esso sull'aspo. E, al fine di dare al filamento maggiore coesione, tenacità e rotondità, la filatrice, dopo l'unione delle bave e il passaggio del filo dalla maggetta, doveva fare la «torta», cioè l'incrociatura del filo con se stesso, operazione che richiedeva molta accortezza.


La bava serica, lunga generalmente m. 500-1.500 e, in alcuni casi, anche di più, secondo le razze dei bachi, non ha la stessa grossezza per tutta la sua lunghezza, ma, più grossa nella parte esterna dei bozzoli per l'abbondanza della materia serica emessa all'inizio dal baco, si va, man mano che si passa agli strati più interni, gradatamente assottigliando per il diminuire e l'esaurirsi della materia stessa, decrescendo da un peso di 3,5 denari fino a 1,5. A trattura avvenuta, la lunghezza si riduce a due terzi, cioè a m. 350-1.000. E neanche il colore dei bozzoli è sempre uguale: più chiaro negli strati esterni, diventa più colorato man mano che si passa agli strati interni. Ond'è che la filatrice, allo scopo di avere una seta uniforme nel titolo e nel colore, doveva formare e, poi, mantenere nel corso del lavoro una «rosa di bave» adeguatamente mista di bozzoli nuovi e di bozzoli a metà del loro dipanamento, in modo da ottenere una grossezza e un colore medi del filo, salvo all'inizio del lavoro, quando si avevano tutti bozzoli nuovi, e alla fine della giornata, quando gli ultimi bozzoli volgevano alla fine delle loro bave. Il lavoro della filatrice, quindi, esigeva, molta accortezza e senso di responsabilità.

Ad ogni matassa di seta veniva legato un cartellino con il numero di ogni singola filatrice (da 1 a 8), in modo che, quando si facevano i provini o assaggi, se ne individuasse subito la fattrice. Al buon esito di tali assaggi tenevano molto le filatrici, e per ragioni di prestigio professionale ed anche per il conseguimento di ambiti premi, che venivano assegnati, per ogni balla di seta spedita e saggiata, a chi avesse ottenuto il migliore giudizio sul titolo della seta. Dalla loro perizia e dal loro impegno intelligente dipendeva la qualità del prezioso filo della seta e, di conseguenza, il buon nome dell'azienda.

  i figli Domenico e Giuseppina


Della filanda vanno ricordate tutte le filatrici e, in particolare, le più provette per età ed esperienza: Innocenza De Luca, la più anziana di tutte, Rosina Reda, Maria De Stefano, Maria Gaudio e, la più giovane di tutte, Erminia Pasqua, che si era cresciuta da piccola nella filanda e che è scomparsa da questo mondo ultranovantenne4.


A Mendicino, la filatrice veniva chiamata: mastra, 'maestra', soprattutto per la sua maestria, ma anche perché insegnava l'arte della trattura alle scopinatrici, che erano dette discipule, 'discepole'. Lat. magistra, f.; magister, m.; da magis, 'più', derivato dalla rad. mag., 'crescere', 'impasto per far crescere': si diceva «il pane è cresciuto» quando, essendo stato bene impastato, risultava ben lievitato. Donde discendono: magnus, 'grande', 'cresciuto'; major, 'maggiore'; maius, 'il mese di maggio', durante il quale si sviluppano i semi e crescono le biade. E ter, da –teros, desinenza greca del comparativo, onde magister e magistra significano: 'maggiore', 'superiore'. Oppure, potrebbe derivare da magis, 'più', e ter, avv. numerale, 'tre volte', cioè 'tre volte più grande', col valore simbolico del tre come numero perfetto; quindi, magister e magistra significherebbero perfetto(a) conoscitore(trice) della sua arte.

 

Vacannara. Ragazza tra i 12 e i 14 anni, non addetta ad alcun lavoro specifico e continuo, ma svelta, pronta e disponibile per i servizi vari: riforniva di bozzoli le cassette delle scopinatrici, i fornelli di legna, girava la ruota che azionava gli aspi. Lat. vacare, 'essere libero dal lavoro'; vacuus, 'vuoto', 'libero da occupazioni'. Es.: Oje 'Cenza vaca, 'oggi Innocenza è libera dal lavoro', donde l'altro verbo abbacare, 'voler perdere tempo': ti cci abbaca a fa' 'su lavuru, 'vuoi perdere tempo a fare codesto lavoro'.

 

Giratrice. Ragazza sui 12-14 anni addetta ad azionare, a turno, per mezzo di una manovella, l'apparecchiatura rotatoria degli aspi, per l'avvolgimento del filo serico attorno ad essi.

 

Segatore. Operaio che con un saracco tagliava la legna in pezzi di cm. 20, adatti ai fornelli sottostanti alle bacinelle di scopinatura.


Legnaioli, ciucciari, asinai. Boscaioli che tagliavano la legna nei boschi, alle falde del monte Cocuzzo (Mendicino) e, a dorso di asini (ciucci, 'ciuchi'), la trasportavano alla filanda. La legna di quercia, rovere, faggio, ontano era spaccata a spigolo vivo in pezzi della lunghezza di cm. 80 circa; ogni sarma, 'carico' o 'soma', del peso di mezzo quintale, veniva segnata (annotata) con una 'ntecca, un 'piccolo intaglio', su due pezzi di legno della forma e della grandezza di una matita, recanti da una parte il nome di un trasportatore, uno dei quali restava nelle mani del boscaiolo, mentre l'altro era consegnato al proprietario della filanda. Sarma. Lat. sagma-atis, 'soma', dal gr. ságma - tos, 'copertura', in origine, poi 'mantello', 'fodero', 'carico'; sátto, 'colmo', 'empio', 'carico', da una rad. sag, che aveva il senso del 'coprire', 'riempire', 'caricare', donde l'italiano sacco, 'oggetto da riempire', saio (lat. sagum, 'mantello militare', 'copertura'). 'ntecca: 'piccolo intaglio' fatto su legno o altro; poi anche 'ora precisa', 'tocco', 'colpo'.

 

Maria Gaudio  

Es.: 'Su curtieddhru è chjnu 'e 'ntecche, 'questo coltello è pieno d'intaccature';

La 'ntecca del lu pastu s'accucchiava5; è suonata 'a 'ntecca, 'è suonato il tocco', l'una dopo mezzogiorno, indicato da un solo colpo degli orologi. Verbo: 'ntaccare, 'intaccare', 'corrodere'. In senso traslato: 'offendere'; es.: 'ntaccare l'unure d'unu, 'ledere l'onore di una persona'. Si rifanno alla rad. gr. tak, che ha l'idea di 'liquefare', 'struggere', 'cuocere', da cui anche il gr. tághenon téganon, 'tegame', 'padella', per cuocere. In dialetto mendicinese: tiana, 'tegame', tianeddra, 'tegamino'.

 

 

Carrettiere. Trasportatore di bozzoli dal mercato alla filanda e delle balle di seta da Mendicino alla ferrovia di Cosenza, per la spedizione ai luoghi di destinazione (Milano).

 

note

1  Eugenio Gaudio, fu Domenico, nato a Mendicino il 4 marzo 1882, morto a Cosenza il 27 aprile 1925.

2  Isidoro di Siviglia, Origines, XIX, 29.

3 Nella minuta di una lettera dell'otto settembre 1920, Eugenio Gaudio accusa ricevuta di comunicazione della spedizione di n. 2 balle per seta e di n. 50 bisacce per bozzoli, per lire 807,50. In altra copia di lettera del 18 novembre 1920, accusando ricevute delle due tele, ne richiede altre quattro allo stesso prezzo, di lire 85,00 cadauna, informando sul costo delle bisacce (lire 12,50 l'una) e delle spese postali (lire 12,50). In data 10 gennaio 1921 chiede all'Azienda serica Egidio Bartolini la spedizione di n. 2 o n. 4 sacche per seta in contrassegno.

4  Nel libro Matricola della Cassa Nazionale d'Assicurazione per gli Infortuni degli Operai sul Lavoro – Sede Centrale in Roma – Sede Compartimentale di Napoli, Contraente: Eugenio Gaudio, Polizza n. 16874, si leggono i nomi e le date di nascita delle filatrici, tutte mendicinesi, assunte il 15/06/1916:

  • Reda Rosina, fu Vincenzo, 28/03/1885;
  • Caputo Rosina, fu Raffaele, 23/09/1898;
  • Aquino Carolina, di Raffaele, 24/04/1885;
  • Nardi Carolina, di Luigi, 17/01/1891;
  • Magliocchi Clorinda, fu Alessandro, 10/03/1887;
  • Madrigrano Assunta, di Vincenzo, 26/08/1894;
  • De Luca Innocenza, fu Domenico, 1865;
  • Gaudio Marietta, di Raffaele, 22/07/1897;
  • Gaudio Maria, di Luigi, 22/08/1900;
  • Ruffolo Maria Teresina, di Maria, 10/04/1899;
  • Gaudio Maria, fu Francesco, 12/02/1899;
  • De Cicco Maria, di Domenico, 13/02/1899.

 Le prime otto percepivano un salario mensile di lire 0,70, le ultime quattro di lire 0,50.

5  L. Gallucci, Raccolta di poesie in dialetto calabro, Cosenza, Tip. Migliaccio, 1894. L'autore riprende i noti versi della Divina Commedia: «l'ora s'appressava/ che 'l cibo ne solea essere addotto» (Dante Alighieri, Inferno, XXXIII, 43-44).

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