Museo della seta - Mendicino
 
la filanda 'Eugenio Gaudio'
canne fumarie del banco di trattura
 
 
(Domenico Gaudio, La seta. Uno sguardo al passato, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2007. Testo integrale)

Eugenio Gaudio

 

 

La filanda costruita artigianalmente intorno al 1915 da mio padre, Eugenio Gaudio1, nel centro storico di Mendicino, alla Via degli Orti, si sviluppa su tre piani del fabbricato.

Nel primo si trovano un forno comune in muratura e due fornaci di forma cilindrica, dal diametro di m. 0,50 e lunghe m. 3,00, che alimentate con legname duro di quercia, cerro, ontano, o con carbon fossile, attraverso una camera d'aria ricavata tra mattoni refrattari mandavano il calore necessario alle vasche dell'essiccatoio posto al piano superiore, per l'essiccazione dei bozzoli.


Nel secondo sono ubicati, da un lato una bascula per pesatura,
l'essiccatoio da cinque vasche e, accanto, delle bigattiere, molto ampie, sovrapposte l'una all'altra fino al soffitto, per il deposito dei bozzoli essiccati; nell'altra metà, la filanda propriamente detta, con il banco di trattura e le piantane con gli aspi della seta.

Il terzo piano è rappresentato da 5 locali intercomunicanti, ben esposti e aerati, in cui venivano depositati, in forma di lunghi cumuli, ma piuttosto bassi, i bozzoli freschi appena acquistati. Le file dei cumuli erano distanziate l'una dall'altra da una specie di solchi, che consentivano alle operaie addette di passare per agitare e rimescolare quotidianamente i bozzoli, onde evitare che essi, a causa della loro stessa umidità, andassero incontro alla muffa o alla ruggine, che ne avrebbero compromesso la consistenza.


Poi, man mano, ma sempre tempestivamente, venivano essiccati, per impedire che la crisalide, trasformatasi in farfalla e fuoriuscendo dal bozzolo, ne deteriorasse i fili, rendendoli non più atti alla trattura.

Filanda, quindi, è lo stabilimento in cui avveniva la trattura della seta, detta impropriamente anche filatura.


A Mendicino era detta filanna o anche filannula, e filannare, genericamente, erano dette le operaie che vi lavoravano.

 

  • Essiccazione, stufatura. Operazione di soffocamento della crisalide, mediante una corrente di aria calda, per evitarne la trasformazione in farfalla e la fuoriuscita dal bozzolo, che ne avrebbe danneggiati i fili, rendendoli inadatti alla trattura. In origine, essa veniva effettuata con l'esposizione ai raggi cocenti del sole estivo, poi in forni comuni e, in ultimo, in essicatoi meccanici.
 
  • Forno. Costruzione a volta di mattoni refrattari, col piano di lastre di tufo delle cave di Mendicino e con una imboccatura di forma semicircolare. Veniva riscaldato forte¬mente con materiale legnoso che facesse alte fiamme (frasche semisecche ecc.), dopo di che, introdottevi delle arelle di legno, contenenti un certo quantitativo di bozzoli, ne veniva chiusa l'imboccatura, così le crisalidi morivano per soffocamento.

 

  •   arella
    Arella o grasìola. Piccolo graticcio di forma rettangolare (m. 1,00 x m. 0,50), formato da un telaio con sponde laterali e assicelle di legno o canne al fondo, distanziate di pochi millimetri l'una dall'altra, per facilitare il passaggio dell'aria e del calore. Lat. hara, 'recinto', 'stalla' e, comunque, ogni cosa recintata. Grasiola è voce venuta dal lat. volgare: craticjola, dimin. femm. del classico craticius, 'graticcio'. A Mendicino era detta: spaseddhra. Lat. expansa, 'distesa', da expansus, part. pass. di expandere, 'distendere'.
 
essiccatoi
 
  • Essiccatoio o stufa. Apparecchio meccanico, formato da cinque vasche di lamiera zincata con fondo di rete metallica per il passaggio dell'aria calda, della dimensione di m. 1,80 di lunghezza, m. 0,80 di larghezza superiormente e m. 0,6: al fondo e m. 0,60 di profondità, installate, l'una di seguito all'altra, su muratura di mattoni dell'altezza di m. 1,10. Il funzionamento era il seguente: un certo quantitativo di bozzoli freschi veniva messo nella prima vasca; dopo una prima fase di essiccazione della durata di circa due ore, esso era riversato nella seconda, ribaltando a 180° la prima, per mezzo di un ingranaggio a manovella. Analogamente si procedeva dalla seconda alla terza vasca, fino all'ultima. Per l'essiccazione o stufatura s'impiegavano non meno di 10 ore. Il calore, proveniente attraverso una camera d'aria dalle fornaci poste al piano inferiore e circolante nello spazio sottostante alle vasche, era graduato con delle valvole in ragione di 40 °C sotto la prima fino a 80 °C sotto la quinta, con un aumento graduale di 10 °C per ogni vasca, rilevato con apposito termometro. Appare evidente quanta cura e attenzione richiedesse l'operazione, per evitare di compromettere inevitabilmente la consistenza dei bozzoli. Pertanto, vi erano addetti operai di provata esperienza, i quali, fra l'altro, per l'uniformità dell'essiccazione dei bozzoli, dovevano accuratamente rimescolarli con una paletta di legno.
  • Bàscula o bascùlla. Bilancia con un ampio piano di carico e un lungo braccio di ferro graduato, sul quale scorre un peso equilibratore che consente la pesatura anche di grossi carichi. Serviva per la pesatura dei bozzoli, come della legna necessaria per le fornaci dell'essiccatoio e dei fornelli della filanda.
  • Bigattiera. Grande graticcio con telaio e sponde di legno e con il fondo fatto di canne comuni poste trasversalmente, in cui venivano depositati i bozzoli essiccati. Nel Settentrione era chiamato così il tavolo su cui si allevavano i bachi e, poi, anche il locale attrezzato per l'allevamento di essi. Da (bom)bigatto, 'baco da seta', derivato dal lat. bombyx-cis, con l'aferesi della prima sillaba.
 
banco di trattura
 
  • Bacinella di trattura. Recipiente di rame stagnato di forma rotonda, del diametro interno di cm. 32 e della profondità di cm. 4, piena d'acqua riscaldata a 50-60 °C, in cui la filatrice teneva immersi i bozzoli scopinati, da cui, dopo averli purgati di ogni residua impurità, distaccava le bave necessarie per formare la «rosa delle bave» di filatura. A Mendicino era detta «'a conca d 'a masthra», la conca della maestra.
 
  •   banco di trattura con arnesi
    Banco di trattura. Corpo di fabbrica lungo m. 5,50, largo m. 0,74 e alto m. 0,92, su cui si trovano le tavelle e le bacinelle di trattura, con annessi nella parte anteriore altri due corpi, con le bacinelle di scopinatura e i fornelli sottostanti, per il riscaldamento dell'acqua di ambo gli ordini di bacinelle.
  • Bacinella di scopinatura. Recipiente di rame stagnato a forma ellittica, lungo cm. 71, largo cm. 34,5 e profondo cm. 10, diviso da un setto in due reparti, pieni di acqua riscaldata a 80 - 90 °C dal fuoco di un fornello sottostante, alimentato con legna di quercia, faggio e ontano, in cui venivano macerati e scopinati una manciata di bozzoli per volta (una ventina circa), per trovarne i capifilo. La bacinella di scopinatura e il sottostante forno facevano parte di un unico corpo di fabbrica lungo cm. 102, largo cm. 47 e alto cm. 76. A Mendicino era detta «'a conca de discipule», la conca delle discepole.
  • Scopino. Sorta di piccolissima scopa, fatta di radici di trebbia filamentose, elicoidali, piuttosto rigide, dal colore dell'oro, onde la pianta, che fa parte del genere delle graminacee e cresce in luoghi aridi, è detta anche «barba d'oro» o «erba da spazzola». A Mendicino era detto «’u scuparieddhru», 'lo scopino'.
  • Scopinatrice. Operaia addetta alla macerazione, alla scopinatura e alla purga dei bozzoli per trovarne i capifilo e passarli, poi, con una padellina alle due filatrici, che assisteva. A Mendicino era chiamata: discipula; discepola', apprendista dell'arte della trattura della seta. Difatti, come se ne rendevano capaci, venivano dapprima utilizzate come supplenti delle filatrici assenti e in seguito come filatrici effettive. Lat. Discipula - ae, ‘discepola’, dal v. discére, 'apprendere', ‘imparare’
  • Macerazione. Operazione di rammollimento del rivestimento gommoso esterno dei bozzoli immersi, pochi per volta (una ventina), nell'acqua calda a 80 - 90 °C, per renderne, così, più facile la scopinatura.
  • Scopinatura. Operazione conseguente alla macerazione, consistente nello sfregamento con alterno moto semirotatorio dello scopino, da sinistra a destra e viceversa, dei bozzoli galleggianti nell'acqua calda a 80 - 90 °C, per toglierne i fili imperfetti, che costituivano il cascame di maggior valore, detto «strusa», e per trovarne il capo delle bave, in modo da passarli nella bacinella delle filatrici per la trattura.
  • 'mposta. Mazzo dei bozzoli scopinati, costituiti, nella parte superiore, da una specie di pennecchio fatto dai fili superficiali dei bozzoli, che rappresenta il miglior cascame, detto «strusa», e, poi, dalle bave svolgentisi dai bozzoli medesimi. Esso, preso dalla bacinella con una padellina, veniva passato dalla scopinatrice alla filatrice, che ne curava la completa «purga». Lat. composita, femm. di compositus, pt. pass. del v. componére, 'mettere insieme'; nel caso in parola, nel corso del tempo si è avuta l'aferesi della prima parte della sillaba iniziale e l'apocope della i; quindi, significherebbe la messa insieme delle bave dei bozzoli.
  • Purga. Operazione di sgommatura e di pulitura della spelaia, cui dava inizio la scopinatrice, raccogliendo tutti i frammenti di fili sovrastanti ai bozzoli, e rifinita, poi, dalla filatrice.
  • Padellina. Specie di cucchiaia rotonda bucherellata, con cui la scopinatrice prendeva dalla sua bacinella il mazzo dei bozzoli scopinati e lo passava in quella della filatrice. Lat. patella, 'piccolo piatto di terracotta', dim. di patera, ‘coppa per i sacrifici'.
  • Trattura (o, più comunemente, ma impropriamente, filatura). Operazione di svolgimento o dipanamento del filo serico dai bozzoli, che era unito ad altri fili per mezzo della sericina e della torta, in modo da formare un unico, indissolubile filamento; esso, passando per l'apparecchio della tavella e dello zetto, veniva tratto dall'aspo, su cui si avvolgeva a forma di matassa.
  • Rosa delle bave. Riunione di un dato numero di bave provenienti dai bozzoli galleggianti nella bacinella della filatrice, per formare un unico filo di seta. Era detta così per l'apparenza di una rosa capovolta con i petali all'ingiù verso la bacinella e il peduncolo all'insù nella maggetta.
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