Museo della seta - Mendicino
la filanda 'Eugenio Gaudio'
clan Gaudio Rosina De Cicco ved. Gaudio Domenico Gaudio Raffaella Gaudio Fiore Gaudio
 

'a filannara            

filandaie
 

Le filande impiegavano solo manodopera femminile. Già a partire dai dodici anni d’età le ragazze andavano a lavorarvi, apprendendo la faticosa arte della produzione della seta. Con il filo ottenuto le tessitrici confezionavano i capi di della dote di nozze, come coperte e tovagliati, ma anche tele destinate al letto nuziale o all’addobbo festivo oppure esposte dai balconi per onorare il passaggio delle processioni religiose, in particolare nella ricorrenza del Corpus Domini.

 

Tratto da Graziella Caputo Licursi, Mendicino paese dell’anima. Memoria e identità, Tipografia Di Giuseppe, Cosenza 2005. P. 18.

 

Le bambine iniziavano a lavorare con la mansione di «discepole». Esse operavano guidate dalla mastra, colei che lavorava seduta, sfilando il bozzolo e unendo uno a uno i filamenti sottilissimi per ottenere un unico filo di seta dal diametro uniforme, infilandolo infine negli aspi per farne una matassa. L’apprendista doveva far girare la ruota del mangano, mentre la ragazza più giovane, detta vacannaredgia, aveva il compito di attizzare il fuoco mantenendo costante la temperatura ed evitando l’evaporazione dell’acqua. Un’altra ragazza girava la ruota per non far spezzare il filo. La coglia ‘mposte aveva il compito di mantenere i bachi sotto l’acqua bollente della cochetta, lo faceva a mani nude, con le dita quindi sempre scottate. Finita la bollitura quest’ultima scolava i bachi bolliti e separando i vermi morti dai bozzoli vuoti eliminava i primi e riponeva i secondi in una quadara per essere in seguito trattati. Di tanto in tanto la mastra metteva alla prova le discepole nello sfilamento dei bozzoli, iniziava così l’apprendimento del duro lavoro quotidiano.

 

Intervista a Zaira Reda, Mendicino, 15/11/2007.

 

La seta era lavorata in quasi tutte le case e per le stradine del borgo si sentiva spesso il rumore della spola che andava avanti e dietro.

L’allevamento del baco da seta iniziava il 25 aprile. In quel giorno, dopo la processione della Madonna di S. Maria, il parroco donava ai fedeli alcune «bustine» di garza contenenti le uova dei bachi. Le bustine pesavano una mezza quarta, una quarta o un’oncia, si riponevano al caldo avvolte in una pezzuola di lana, vicino al braciere o nel letto, perché le uova si schiudono col calore. Dopo una settimana nascevano i piccoli vermi e si riponevano su cannizzi disposti in un luogo ampio e senza escursioni termiche. Spesso i bachi erano sistemati nel tavulatu (in soffitta) perchè unico ambiente della casa rurale con spazio sufficiente. Spesso si utilizzava persino la camera da letto. I vermi erano cibati con foglie (pampine) di gelso bianco (dette cievuzi) asciutte e tagliuzzate. I bruchi mangiavano continuamente e voracemente tre volte al giorno, perciò richiedevano una cura attenta e incessante.

 

Intervista a Lucia Reda, detta du Bosso, Mendicino, 15/11/2007.

 

Sulla frenesia alimentare dei bachi fu finanche coniato un detto:

Mi porta vulannu cumu u siricu

 

Mi porta volando come il baco.

Tratto da Graziella Caputo Licursi, Mendicino paese dell’anima. Memoria e identità, Tipografia Di Giuseppe, Cosenza 2005. Pag. 20.

 

Ogni giorno era necessario cambiare u cannizzu (bigattiera) per la pulitura. Ricoperto di foglie di gelso il nuovo cannizzo e sistemato di fianco al vecchio, i bruchi «sentivano l’odore» e vi salivano sopra lasciando la bigattiera sporca dei loro escrementi: la fusìa. Pulito il vecchio cannizzo si ripeteva l’operazione, mentre la fusìa era riutilizzata per concimare la terra. Dopo otto settimane iniziava la preparazione del putame, di solito il 29 giugno, giorno dei santi Pietro e Paolo. Si facevano arrampicare i bachi ai populi, sorta d’impalcature a fascio formate da fraschette raccolte a mazzetto. I bruchi “ronzando” iniziavano a tessere il bozzolo, u cucudgiu. Per i contadini vedere i bozzoli formarsi era una vera gioia, la soddisfazione per un lavoro ben riuscito.

 

Intervista a Zaira Reda, Mendicino, 15/11/2007.

 

Quando per i bachi giungeva l’ora di diventare bozzoli allora girava nei vicoli la voce:

Veniti cà scucurramu, cà spopulamu

Così in molte case si faceva provvista di seta nei bagudgi o si vendeva ai mercanti che venivano da Bari.

 

Tratto da Graziella Caputo Licursi, Mendicino paese dell’anima. Memoria e identità, Tipografia Di Giuseppe, Cosenza 2005. Pag. 21.

 

Non sempre però tutto questo procedimento aveva successo, accadeva che i bachi si ammalassero, cominciando a puzzare, per finire gettati nel fiume.

Formati i bozzoli i bachi all’interno erano uccisi con una spudgiatura (stufatura). Ciò era necessario per impedire che la farfalla uscendo dal bozzolo rompesse il filo. I bozzoli trattati erano poi venduti o dati «in mandato» alle filande per la lavorazione. Alcuni erano lasciati in vita per far riprodurre le farfalle.

 

Intervista a Rosina Carbone, Mendicino, 26/11/2007.

 

Dal faticoso lavoro dell’allevamento dei bachi i contadini guadagnavano solo la terza parte del ricavato della vendita della seta. Da qui il detto:

chi facimu, ù siricu a tiaerzu?

 

Che facciamo, il baco a un terzo?

Per indicare qualcosa svantaggiosa, a perdere.

 

Intervista a Germna Caputo, Mendicino, 13/11/2007.

 

La sericoltura era un indotto economico. Oltre a trovarvi lavoro molte donne, vi lavoravano indirettamente anche molti uomini C’erano coloro che andavano in montagna a prendere la legna per alimentare il fuoco necessario a riscaldare l’acqua; coloro che tagliavano la legna a piccoli pezzi per farla entrare nelle stufe. Poi c’era chi portava l’acqua dalle fontane alla filanda oppure sostituiva l’olio delle lanterne, chi trasportava le matasse o i tessuti per venderli in altri paesi o città.

 

Intervista a Lucia Reda, detta du Bosso, Mendicino, 15/11/2007.

 

La riproduzione dei bachi era praticata attraverso la selezione dei bozzoli più belli per far  nascere le farfalle. I bozzoli più duri e più bianchi erano scelti per essere conservati al caldo. Dopo circa otto giorni nascevano le belle farfalle bianche, che erano subito riposte in un telo per essere fecondate. Le uova deposte erano all’incirca un migliaio per insetto, a forma di piccolissimi grappoli successivamente conservati in sacchetti di lino o seta e conservati fino la stagione successiva.

 

Intervista a Candido Greco, Mendicino, 26/11/2007.

 

 

Domenico Gaudio

La seta era prodotta in primavera. Quando si cominciava a filare nell’aria si propagava un odore particolare e inconfondibile. Le matasse luccicanti erano preziose e belle. Durante la processione religiosa alcune di esse erano appese alle braccia della statua della Madonna per chiedere la protezione della seta, sostentamento delle famiglie, frutto di sacrificio, duro ed estenuante lavoro. Ricordo le braccia della statua aperte e protese verso il cielo scintillare, facendo aumentare il trasporto, la commozione e la devozione.

 

Intervista a Gina Aquino, detta De Cassarola. Mendicino, 20/11/2007.

 

Per i mendicinesi il santo protettore della lavorazione della seta è Sebastiano. In piazza Duomo nella piccola chiesetta a lui dedicata c’è una statua lignea accanto cui i fedeli ponevano ex voto e offerte. Eugenio Gaudio sulla strada d’ingresso alla sua abitazione, proprio sopra la filanda, costruì in onore di S. Sebastiano una edicola votiva. Inoltre molti componenti della sua famiglia hanno come secondo nome Sebastiano.

 

Intervista a Gemma Gaudio, Mendicino, 13/11/2007.

 

Le giornate alla filanda erano lunghe, scandite dalla pratica delle orazioni e dei canti mariani:

 

Intervista a Lucia Reda, detta du Bosso, Mendicino, 15/11/2007.

chiamata de lu Carmine Maria

chine li circa grazie li nne duna

chine aru core feritu ci lu sona ma io

madonna mia ti nne circu una

l’anima netta e ru core chi t’ama.

 

Madonna de lu Carmine Maria

sente chi dicìa sa devota tua

l’alma e l’affettu datu a te

Madonna de li Carmine Maria.

 

Madonna de lu Carmine chi pue

tu pue cacciare a mie de pene e guai

pregaminnelu aru figlielu tuo

ca li bisuegni idgiu li sa.

 

S. Lucia martoriata de Gesù fosti

chiamata per virtù dello Spirito Santo

per farti una gran santa.

 

Santa Lucia vergine pura

hai spusatu a nostru Signore

e per dono ci ha purtatu la tua

santa verginità.

 

Santa Lucia benefica

dagli occhi risplendenti per le tue

sante pupille fammi la

grazia a cento e a mille.

 

Santa Caterina d’Alessandria

Caterina vergine e martire e spusata

a nostru Signore e sa grazia ch’io ti circu

mi la de fare eu veru amure cu veru

amure mi la de fare cà Gesù mi la po’ negà.

 

Caterina fortunata spusa e gradita

de Gesù si martiri c’ha pigliatu

aru cielu si favorita

 

Caterina gloriosa protettrice

nostra avocata belli uecchi

tue amurusi versu a nui la de guardà.

trattura in famiglia

 

Le filannule che lavoravano per i Gaudio ebbero il merito d’aver contribuito notevolmente alla costruzione del convento adiacente alla chiesa di San Nicola. Durante la pausa pranzo, nonostante il lavoro fosse durissimo, scendevano lungo l’Acheronte per raccogliere pietre di fiume e trasportarle nel cantiere della chiesa in grandi ceste poggiate sulla testa.

Lavorare in filanda significava rispettare e stimare ì patruni, tout court.

Il lavoro nella filanda dava sostentamento così come quello nei campi, ma poiché il prodotto finale era più pregiato e raffinato allora era percepito dal contado come maggiormente dignitoso per una fanciulla. La mastra incuteva rispetto nelle apprendiste, per la precisione e la cura in ogni fase della lavorazione. Essa doveva essere accorta e pignola, doveva saper dirigere le altre operaie. Era necessario che fosse una «donna onorata», ligia e retta alla mentalità dominante. Non doveva essere neanche litigiosa o pettegola, perchè a lei erano affidate le fanciulle, esisteva tra mastre e discipule un rapporto educativo e pedagogico.

Essere mastra era considerato prestigioso: «‘na mastra e sita era quasi cumu ‘na mastra ‘i latinu e grecu». Per contro «mastra» aveva un’accezione negativa per chi lavorava in campagna: «è ‘na mastra e sita, un sa fa atri lavuri».

 

Intervista a Lucia Reda, detta du Bosso, Mendicino, 15/11/2007.

 

La lavorazione della seta era considerata un’occupazione seria e pregevole. Nella filanda le fanciulle apprendevano le fatiche del lavoro salariato, ricevevano parte della loro educazione e imparavano le tecniche seriche. I giovanotti non potevano avvicinarsi alle giovani lavoratrici, lo impediva un guardiano. La lavorazione della seta era un’attività di gruppo, in cui ognuna aveva un compito, ognuna era responsabile della buon esito del prodotto finale. Si lavorava scrupolosamente, con gran lena, con passione e zelo, col desiderio di fare bella figura davanti alle atre. Nelle giornate s’alternavano momenti di cooperazione aggregativa e occasioni di competizione fra filandaie. Anche se molto duro e faticoso il lavoro era decoroso e dignitoso, non solo perché si produceva un tessuto prezioso o perchè permetteva il sostentamento di molte famiglie, ma anche perché si creava un rapporto di stima reciproca fra i patruni e le lavoratrici.

 

Intervista a Germana Caputo, Mendicino, 13/11/2007.

 

I padroni erano severi, periodicamente controllavano l’andamento del lavoro, ogni tanto facianu u provino, cioè fermavano il mangano per verificare la qualità del filo prodotto dalle mastre. Il loro atteggiamento era però autorevole, non autoritario.

 

Intervista a Zaira Reda, Mendicino, 15/11/2007.

 

I padroni rispettavano il lavoro delle flandaie. Queste ultime apprezzavano la generosità dei padroni, che non mancavano di fare regalie nelle feste, ad esempio baccalà e olio da frittura a Natale e panettedgi a Pasqua.

 

Intervista a Vittoria Caputo, Mendicino, 13/11/2007.

 

Le donne alleggerivano il loro lungo e faticoso lavoro cantando. Soprattutto il canto corale delle filannule, c’era sintonia tra le canzoni dell’epoca e il duro lavoro svolto al fianco della fornace, tra i recipienti colmi di acqua bollente,  tra gli aspi.

 

Intervista ad Antonio Reda, Mendicino, 15/11/2007.

   
  filanda Domenico Gaudio
 
 
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